Mercoledì 11 Gennaio 2012

Il romanzo di Cristina Fabbrini
nuova scrittrice bergamasca

Cristina è tornata. E ha realizzato il grande sogno della sua vita: scrivere un libro. Un romanzo autobiografico, una storia che si spacca in due vite: quella attuale e un'altra vissuta agli inizi del Diciannovesimo secolo, in Croazia e in Bosnia. Certamente – al di là dell'urgenza interiore di raccontarsi al mondo senza nascondere le proprie convinzioni esoteriche – un espediente letterario intrigante ed efficace. Perché dell'autobiografia nuda e cruda di una sconosciuta pochi sentirebbero il bisogno ma se la penna è intinta nel fuoco e la trama si alimenta di ingredienti forti, di protagonisti che sfidano il limite, di viaggi nella psiche e nel tempo, di colpi di scena, allora sì, la proposta diventa interessante. In questo caso persino emozionante. Cristina Fabbrini ha scritto un romanzo che ha il passo cinematografico. Sembra costruito per suggerire un film.

Bergamasca, 42 anni compiuti venerdì scorso, cresciuta a Torre Boldone e poi trasferitasi a Milano, oggi vive a Cornegliano Laudense con il suo secondo marito, Marco Serravalle, 54 anni (compiuti, che coincidenza, il 6 gennaio), ingegnere chimico e deus ex machina dell'opera prima della moglie: ad allietare la loro unione il figlioletto Giordano Bruno, di 21 mesi. Se Marco è l'ispiratore della svolta, riordinare e consegnare alla letteratura una miriade di appunti sparsi negli anni («non un diario, pensieri occasionali – precisa Cristina –. Porto sempre con me un taccuino, una matita e tante penne»), lei non è nuova alle pubblicazioni. Agli inizi degli anni Novanta – era ancora una ragazza – collaborava per la redazione sportiva de Il giornale di Bergamo Oggi (pallanuoto, pallavolo, calcio femminile, ciclismo giovanile, tamburello, tiro a volo...). Quando il quotidiano chiuse i battenti, nel luglio del '95, Fabbrini iniziò a firmare per Il Giorno e per La Voce di Bergamo mentre lavorava da impiegata per una cooperativa di servizi milanese, prima di dedicarsi all'azienda informatica del primo marito e successivamente all'ufficio di Marco, che si occupa di brevetti.

Mercoledì 11 gennaio (appuntamento alle 19) Cristina si riaffaccerà nella sua città e presenterà «Il senso dell'acqua» al Caffé Letterario di via San Bernardino 53. Perché l'acqua? «Ho sempre avuto un rapporto intimo con questo elemento – spiega l'autrice –. Ricorre spesso nei miei sogni. Evoca i sentimenti». Nel romanzo è dappertutto durante la vita remota: nel mare davanti agli occhi di Draga, l'alter ego di Cristina duecento anni fa, «un mare che associo alla sensibilità e alla sensitività. E i primi amori nascono lì»; nella Miljacka, il fiume che attraversa Sarajevo «e che porta serenità, lava via le ferite e le brutte esperienze»; poi c'è l'acqua di morte del pozzo di Šibenik e l'acqua del temporale in Dalmazia, quando Cristina va a visitare, «per ritrovare me stessa», i luoghi visti e vissuti nelle regressioni compiute durante le sedute di cristalloterapia nello studio di Marco. Ma c'è un'altra acqua che inonda l'intera vicenda e nella quale si specchia Cristina Fabbrini: l'acqua della sete d'amore e di passione. Per l'uomo, per la conoscenza, per la vita. «Volevo mettermi in gioco e raccontare la potenza delle emozioni». E delle sensazioni. Tra sogni, sguardi, trepidazioni, slanci, violenza, sofferenza ed estasi, tra profumi e odori intensi in un panorama dai connotati romantici delle città e della natura, il lettore viene travolto da un'alluvione dei sensi, che, come la piena di un fiume che scorre a ritroso, lo trascina in un passato drammatico e non privo di avventura sullo sfondo delle rivolte balcaniche contro i turchi.

«Tutto o niente» era il motto dell'inquieta Cristina, proclamato anche nel libro. Per gran parte della sua esistenza non ha conosciuto mezze misure, ma la maturità ha consegnato le risposte e – ammette oggi – «ha stemperato gli eccessi e accetto i compromessi della vita. Come diciamo a Bergamo, sono scesa dal pero». La maturità le ha anche insegnato lo scrupolo nell'approccio stilistico: usa un linguaggio scarno ed essenziale per raccontare il presente, mentre apre il rubinetto del vocabolario per ricamare e colorare di dettagli la narrazione del passato, «ispirata dalla penna di due maestri trentisti come Ivo Andric (ne “La cronaca di Travnik” illustra in modo delizioso la ex Jugoslavia e ti fa vivere i personaggi sulla pelle) e Rebecca West, che nel diario di viaggio “Black lamb and grey falcon” descrive puntualmente la psicologia dei popoli slavi». È il destino di Cristina dividersi in due: semplice e complicata, molto complicata, «come appaio e come sono in realtà».

Andrea Benigni

fa.tinaglia

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