Sabato 21 Gennaio 2012

Il Museo del Cinquecento
si presenta con gli enigmi

Già, ma perché «Attenti al divano»? e perché «Una pecora per sparare»? Oppure ancora, perché «Hai mai visto un panozio»? Sono alcune delle frasi che campeggiano sui «totem» che pubblicizzano il nuovo «Museo storico dell'età veneta - Il Cinquecento interattivo» che verrà inaugurato venerdì nel Palazzo del Podestà in Piazza Vecchia, dopo anni di lavoro di restauro e di sistemazione.

Dice Maria Mencaroni Zoppetti, responsabile del progetto museale: «Queste frasi non sono delle semplici, astratte provocazioni, ma sono strettamente legate alla realtà del Cinquecento, fanno parte del percorso che si trova nel museo. Facciamo qualche esempio. La frase "Giallo che paura", deriva dal fatto che dal Medioevo il giallo era simbolo del demonio perché il giallo era anche il colore dello zolfo. "Attenti al divano" è legato al termine turco "diwan": i ministri si trovavano adagiati su dei «diwan», e i turchi in quegli anni erano acerrimi nemici... Un'altra frase utilizzata per i totem è: "Non si gioca con la balota": la balota era una pallina di cera o di stoffa, con le balote si effettuavano delle votazioni, delle scelte politiche o amministrative. È dalla "balota" che deriva il nostro termine "ballottaggio". E anche "Una pecora per sparare" è una frase che ha un senso e non è un semplice slogan: dove oggi si trova la Borsa Merci nel Cinquecento, si trovava il tezzone del salnitro, un grosso capannone dove venivano ricoverati gli animali; i loro escrementi venivano raccolti insieme al terriccio e diventavano la base per produrre il salnitro che a sua volta era usato per fabbricare la polvere da sparo. Sono quindi delle provocazioni apparenti, in realtà sono parole intimamente legate alla storia di Bergamo, alla storia del Cinquecento».

I totem sono sistemati in alcuni luoghi strategici della città. L'apertura del nuovo museo nel Palazzo del Podestà rappresenta per Bergamo un momento importante, un allargamento della sua offerta cultura e della capacità di riflessione attorno alla propria realtà, alla propria storia. Si tratta di un museo particolare perché affidato soprattutto alla tecnologia, alla realtà virtuale.

Dicono alla Fondazione Bergamo nella storia: «Le testimonianze del passato – dipinti, manoscritti, mappe e documenti – prendono vita e si fanno narrazione sensoriale e multimediale».

r.clemente

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