Lunedì 06 Febbraio 2012

Vent'anni fa morì Padre Turoldo
Quell'amico «scomodo» di don Spada

Il 3 dicembre del 1950 padre David Maria Turoldo – di cui ricorrono quest'anno, il 6 febbraio, i vent'anni dalla morte – cominciò la sua collaborazione con il nostro giornale. Una collaborazione continua, regolare: per tanti anni Turoldo scrisse le sue riflessioni sull'uomo e sull'uomo e Dio ogni domenica sulla terza pagina de L'Eco di Bergamo. In realtà, il primo contributo di Turoldo al giornale arrivò il 22 settembre del 1947. Era una poesia: «Senti che è di troppo / il sapore di una pesca / in questa povertà / di case diroccate / senti che non ti è lecito / provare questo dolciore / d'anima emigrata / dalle strade della tua umanità / Sposata hai / una pena / di non sentire mai / dolcezza alcuna / che non sia di tutti...».

Il 3 dicembre 1950, L'Eco di Bergamo presentò in prima pagina la sua collaborazione: «È l'inizio della collaborazione domenicale al nostro giornale di una delle anime più evangelicamente vive del nostro tempo. Padre David Maria Turoldo, dei Servi di Maria, commenta il Vangelo nel Duomo di Milano ed è molto noto anche nel mondo delle lettere, dove ha vinto un "Premio di poesia S. Pellegrino"». Il direttore de L'Eco di Bergamo, monsignor Andrea Spada, al timone del giornale dal 1938 al 1989, teneva molto alla sua terza pagina: aveva reclutato firme di alto livello del mondo cattolico, da don Primo Mazzolari, a Jacques Maritain, Riccardo Forte, Cesare Angelini. Si trattava talvolta di voci di avanguardia, non sempre gradite a tutta la gerarchia ecclesiastica. Turoldo era fra questi: le sue parole erano sincere, profonde, spesso anticonformiste. Scriveva per il Natale del 1954: «Perfino il Natale, alla fine, può risultare una data che è contro di noi: perché arrivare a vedere la luce, ma restare in se stessi tenebra, aprire le porte, ma tenere chiuso il cuore, sentire che il comunicato è quello dell'amore e d'altronde riprendere domani il proprio posto sulle barricate dell'egoismo; tutto ciò fonda la nostra seconda colpa di origine, il nostro carico di responsabilità incancellabile».

Padre Turoldo con una certa frequenza veniva a trovare don Spada in redazione. Ricorda Luciano Capoferri, per tanti anni segretario del direttore: «Padre Turoldo arrivava nel corridoio, a grandi passi. Emanava un senso di autorità con quella sua figura imponente, avvolta nel mantello, e parlava con una voce profonda. Don Spada lo ammirava molto». Don Spada lo ammirava anche perché amava la scrittura e capiva bene che le prose e le poesie di Turoldo andavano oltre il consueto, esploravano realtà nascoste, riuscivano a fare emergere elementi profondi del sentire. Lo ammirava come prete e come scrittore. Continua Capoferri: «Don Spada lo riceveva, rimanevano a parlare, poi quando se ne andava lo accompagnava. Talvolta scendevano alla libreria Buona Stampa, Turoldo passava in rassegna i libri, ne sceglieva alcuni, don Spada gli impediva di pagarli. D'altronde, il direttore si sentiva in debito: Turoldo non chiedeva compensi per la sua collaborazione».

Anche nella Chiesa bergamasca in quegli anni non tutti amavano Turoldo. Qualcuno lo contrastava. Ma Spada lo difese sempre. Don Spada amava i preti scomodi, ma di valore, che avvertiva sinceri, disposti a pagare di persona per le loro parole. Era stato fra i pochi a non chiudere mai la porta a don Primo Mazzolari. Turoldo scriveva ogni domenica, scrisse ogni domenica per vent'anni. Gesù, la chiesa, l'uomo, la società, la salvezza. Il 27 marzo 1977, a proposito dell'episodio evangelico dell'adultera, del celebre «Chi è senza peccato scagli la prima pietra», Turoldo notava che l'evangelista narra di un Gesù che alla fine resta solo con la donna. Scrisse Turoldo: «E Gesù la chiama "donna" e non prostituta, non adultera. La chiama donna; come chiama donna sua madre alle nozze di Cana e sotto la Croce. Come chiama, nell'Apocalisse, donna e sposa la sua Chiesa, nonostante tutta la nostra storia di peccato».

Ci furono momenti amari per padre Turoldo. Il 15 aprile 1975 fu al centro di polemiche per delle dichiarazioni «su un certo tipo di associazionismo cattolico che prevale sulle persone e sulla stessa Chiesa». Scrisse quel giorno Turoldo a Spada di essere contrario all'associazionismo settario: «Per la Chiesa che io invece sogno sempre libera e grande; Chiesa, paese dell'uomo, là dove anche l'ultimo, il più emarginato e il più lontano si trovino di casa!... Salvatrice di povera gente (povera in tutti i sensi)». Uno sfogo lungo, appassionato che si concludeva così: «Eccoti, amico, una lettera non ispirata al "buon senso". E può anche non avere nessun valore. Solo che ora, avendo scaricato il cuore, sono di nuovo contento. E ritorno a volerti bene come sempre».

fa.tinaglia

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