Mercoledì 01 Agosto 2012

«Io, Pietro Ghislandi
fiero di fare la comparsa»

Durante l'intervista Pietro Ghislandi cambia voce di continuo: imita Beppe Grillo, Mr Linea, l'attore teatrale impostato, il coatto romano, il bolognese. Poco ci manca che parli anche in ebraico biblico: «Ha suoni similissimi al bergamasco», garantisce il ventriloquo, comico e attore nato a Bergamo 55 anni fa. Il grande pubblico ricorda Ghislandi con il suo pupazzo Sergio a Fantastico o in parti da caratterista in qualche fiction o nei film di Pieraccioni e Vanzina. In tanti l'hanno seguito dal vivo nel suo tour «Il ventricolo sinistro», che giovedì ha fatto tappa a Villa di Serio.


Cosa devono aspettarsi gli spettatori?
«Il mio modello è Beppe Grillo, prima che si buttasse in politica. Prima di uno spettacolo mi documento sempre sul posto in cui mi trovo, faccio battute sul sindaco, sulla speculazione edilizia, sulla condizione delle strade e improvviso molto. Il mio pupazzo è un piccolo Gabibbo».

Non le mancano palcoscenici più importanti?
«Io non sono nello show business, mi definisco un artigiano del sorriso. Sì, mi fa rabbia vedere attori che non sanno recitare e hanno la parte del protagonista perché sono dentro il sistema, sono amici del tale funzionario, imparentati col produttore o regalano a chi conta una serata con una escort russa. Nelle grosse produzioni romane ci sono sempre le stesse quattro, cinque facce».

Ha un rimpianto in particolare?
«Non aver recitato nella fiction di Ricky Tognazzi su Papa Giovanni. Pensavo di aver fatto un buon provino, mostrando di conoscere anche il dialetto. Invece hanno preso i soliti nomi, che facevano i bergamaschi con l'accento romano».

C'è stato un momento nella sua carriera in cui ha pensato di aver sfondato?
«Nell'ottobre dell'86, quando partecipai a Fantastico con il mio pupazzo Sergio. Nei tempi d'oro la Rai era una potenza, aveva a disposizione un sacco di soldi, faceva 25 milioni di ascolti a serata ed era vista anche oltre confine. Nei sei mesi che ho fatto Fantastico portavo a casa dieci milioni alla settimana, mi riconoscevano per strada e facevo spettacoli in tutta Europa. Lì ho messo da parte i primi risparmi per comprare la casa dei miei sogni a Ponteranica».

Cosa pensa che le sia mancato per affermarsi?
«Una volta mi hanno detto: "Sei bravo, ma non rompi abbastanza le scatole". Non sono uno che smania per ottenere un ruolo, non vivo attaccato al telefono. Detto questo lavoro ininterrottamente da 30 anni, indipendentemente dalla tv, perché di comici ce ne sono tanti, ma di ventriloqui pochissimi. Speravo di diventare un grosso nome, ma sono fiero delle mie radici e di non essermi spersonalizzato. Io sento molto la dimensione del paese, anche Bergamo è troppo grande per me. Senza contare che non ho mai avuto un buon rapporto con le istituzioni: in città ho fatto un solo spettacolo in 40 anni, dicono che non sono un nome di richiamo come un comico di Zelig. Mi inserisco meglio nei comuni più piccoli».

Progetti futuri?
«Spero di avere una parte in una prossima fiction sulla vita di Arlecchino, con protagonista Giorgio Pasotti. Poi mi piacerebbe avere un mio spettacolo a teatro, un vero e proprio "One man show", dove mostrare anche le mie qualità di musicista».

Marina Marzulli

a.ceresoli

© riproduzione riservata