Domenica 11 Novembre 2012

Scienza-religione, l'ora del dialogo
Martedì a Bergamo Michael Heller

«Decisamente, sono troppo ambizioso. Ho voluto sempre impegnarmi nelle cose più importanti, e che cosa può essere più importante della scienza e della religione? La scienza ci dà il sapere, la religione il significato».

Monsignor Michael Heller, cosmologo e teologo polacco - è nato a Tarnów nel 1936 -, ha pronunciato queste parole quattro anni fa in occasione della consegna del Premio Templeton, conferito dall'omonima fondazione, con sede negli Stati Uniti, a personalità che abbiano portato «un eccezionale contributo all'affermazione della dimensione spirituale della vita, mediante intuizioni, scoperte od opere pratiche».

Membro della Pontificia Accademia delle Scienze e membro aggiunto dell'Osservatorio Vaticano, monsignor Heller ha devoluto l'intera somma del premio (un milione e seicentomila dollari) all'istituzione di un Copernicus Center for Interdisciplinary Studies, con sede a Cracovia: «Uno degli scopi principali di questo centro - egli spiega - è di formare dei bridge people, delle "persone-ponte" che siano competenti sia sul piano teologico, sia su quello scientifico».

Lunedì prossimo alle 21, nell'Aula Magna della sede milanese dell'Università Cattolica, Heller dialogherà con l'astrofisico Marco Bersanelli, in un incontro promosso dal Centro Culturale di Milano. Martedì alle 18, invece, sarà a Bergamo, al Centro Congressi Giovanni XXIII, nel primo appuntamento della nuova serie di Ex Libris, la rassegna di letture e incontri organizzata dalla Fondazione Bernareggi e dalla Libreria Buona Stampa: in questa occasione, egli presenterà il suo volume in forma d'intervista La scienza e Dio (Editrice La Scuola, pp. 192, euro 11) insieme a don Giuliano Zanchi, segretario generale della Fondazione, e a Giulio Brotti, curatore del libro e collaboratore del nostro giornale.

Professore, nelle pagine iniziali di «La scienza e Dio» lei racconta di aver messo in scena una simpatica provocazione, anni fa, alla presenza di papa Wojtyla.
«Sì. In quell'occasione, durante le vacanze estive di Giovanni Paolo II, ero stato invitato a tenere a Castel Gandolfo una conferenza sulla cosmologia. Ne approfittai per comunicare al papa un'idea che mi sta molto a cuore, e cioè che occorre ristabilire un collegamento vitale tra il "discorso ecclesiale" e quello della scienza. Perciò, indossai sopra il mio abito sacerdotale una maglietta con impresso il diagramma HR, quello che si usa per la classificazione delle stelle. Giovanni Paolo II rise e poi, mentre cenavamo assieme, ritornò sulla questione che avevo sollevato. In seguito, mi parve che avesse riflettuto a lungo sull'argomento: in alcuni interventi pubblici, toccò dei punti che avevamo discusso nel nostro colloquio».

Quella del dialogo tra la teologia e la scienza non è una questione un po' accademica, rispetto alle tante sfide che oggi la Chiesa si trova a dover affrontare?
«Al contrario, si tratta di una questione fondamentale, proprio sul piano pastorale. Lo stesso Giovanni Paolo II aveva coniato una formula molto bella, parlando della "nuova evangelizzazione" che la Chiesa dovrebbe intraprendere: come è noto, questo tema è anche al centro dell'Anno della Fede inaugurato il mese scorso da Benedetto XVI. Perché si possa effettivamente avviare una nuova evangelizzazione, tuttavia, occorre ristabilire un dialogo profondo tra la teologia cristiana e la ricerca scientifica, che esercita un influsso decisivo sulla forma mentis degli uomini del nostro tempo».

Ma la «controparte scientifica» è interessata a un confronto con la teologia?
«In linea generale, gli scienziati sono persone "naturalmente religiose", anche quando dicono di non aderire a una particolare confessione o chiesa. Molti di loro riconoscono che nei fenomeni della natura vi è una razionalità immanente, un mistero che richiede, all'essere umano, un particolare atteggiamento di osservazione e ascolto».

Per quanto attiene al suo campo specifico di indagine, l'astrofisica e la cosmologia: qualora si riuscisse a trovare una «teoria del tutto» che unificasse le forze fisiche fondamentali - come quella cercata da Stephen Hawking -, avremmo ancora bisogno di Dio, per spiegare la nascita e il funzionamento dell'universo?
«Io credo che, a fronte degli impressionanti progressi compiuti negli ultimi decenni dalla cosmologia, rimanga attuale la domanda formulata all'inizio del Settecento dal grande filosofo e matematico Leibniz: "Perché esiste qualcosa, anziché il nulla?". Ponendo questa domanda, non si indaga una qualsiasi causa o forza tra quelle che agiscono nel mondo, ma - per così dire - l'origine di tutte le cause e di tutti i fenomeni. Si potrebbe obiettare che l'esistenza dell'universo costituirebbe un fatto bruto, non suscettibile di spiegazione: ma questa, più che una risposta all'interrogativo di Leibniz, è una resa, una rinuncia a esercitare quel principio di razionalità a cui si richiama la stessa scienza. In alternativa, si dovrebbe riconoscere che alla base della realtà è un Mistero che supera la nostra capacità di comprensione, ma non ci consegna fin dall'inizio all'assurdo: la fiducia nell'intelligibilità dei fenomeni, come presupposto dell'impresa scientifica, sarebbe allora il riflesso di un piano razionale che regge l'intero universo».

C. G.

m.sanfilippo

© riproduzione riservata