Domenica 25 Novembre 2012

La sfida bergamasca a Buffalo Bill
Il secondo romanzo di Calzana

La scena inaugurale è quella di una gara automobilistica, la Padova-Bovolenta, «strada diritta, ma terreno infame, buche da tutte le parti, poche curve che ti arrivano addosso senza uno straccio di motivo». A vincere, nonostante gli sfottò e i tentativi di sabotaggio degli avversari, sono i bergamaschi della Sal, Società automobili lombarda, con una vettura che taglia il traguardo alla fantastica media di 80,91 chilometri orari: il mezzo, a cui per l'occasione è stata levata la carrozzeria, lasciando solo i seggiolini avvitati al telaio («Così si fila meglio»), è stato battezzato Esperia, nome che anticamente indicava l'Italia.

Dopo Il sorriso del conte, pubblicato nel 2008, Esperia è anche il titolo del secondo romanzo di Claudio Calzana, direttore dei progetti editoriali e culturali di Sesaab e redattore di un blog all'indirizzo internet www.claudiocalzana.it . Il libro, edito come il precedente da Opera Graphiaria Electa (pp. 224, € 16,00), sarà presentato dall'autore giovedì prossimo, alle 18, al Centro Congressi Giovanni XXIII.

Parlando della sua attività di narratore, Calzana racconta di essere «un grande ammiratore della tradizione letteraria lombarda, che nel corso dei secoli ha avuto tratti ed esiti originalissimi; mi piace, poi, l'idea di ambientare dei romanzi nella Bergamo di un passato non troppo lontano, in cui la tecnologia aveva ancora un aspetto pionieristico e perfino romantico, direi». Tipicamente «lombardo», in Esperia, non è solo lo scenario, costituito dalla Bergamo Alta e dai borghi d'inizio Novecento, ma il lavoro di documentazione a monte: in omaggio al principio del «vero storico», Calzana ha indagato scrupolosamente, per poter ricostruire un reticolo di circostanze e fatti realmente accaduti, come base per la sua invenzione narrativa.

Vera, ad esempio, è la vicenda dell'Esperia, assemblato (perché «automobile», al tempo, andava al maschile) dove oggi sorge il complesso dell'Itis «Paleocapa», in via Gavazzeni (ed è per questo che, ancor oggi, si dice «Esperia» per indicare lo stesso istituto). Analogamente, corrisponde a verità che, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, il colonnello americano William Frederick Cody – noto ai più come Buffalo Bill – portasse in giro per l'Europa, facendo numerose tappe in Italia, il suo Wild West Show: un'immane macchina circense che comprendeva numeri di cowboy e pellirosse, «cacce al bisonte» e competizioni di ogni tipo con sfidanti reclutati sul posto.

In Esperia si immagina che, correndo l'anno 1906, uno scombinato quartetto di amici lanci un guanto di sfida - in senso non solo metaforico - proprio contro Buffalo Bill, approdato a Bergamo con il suo vaudeville. Tra le pagine più divertenti del romanzo di Calzana, alcune sono appunto dedicate alla descrizione fisiognomico-psicologica dei quattro compari (con relative mogli e innamorate): Spiridione Curnis, «biciclista» sconfitto anni prima da Buffalo Bill a cavallo, e perciò desideroso di rivincita; Romeo Scotti, fotografo con presunte origini nobili, curatissimo nel suo look; i fratelli Carlo e Dante Milesi, dall'intelligenza inegualmente ripartita, il primo prestinaio in Città Alta, l'altro meccanico nell'officina della Sal.

Proprio Dante si incarica del piano che dovrebbe garantire alla combriccola la rivincita sul colonnello Cody, reo, per i suoi modi arroganti, di «lesa bergamaschità»: il tentativo di rivalsa prenderà però una piega tragicomica, con toni da poliziesco e l'ingresso in scena del regio commissario di Pubblica sicurezza Gervasio Berlendis. Nella scrittura di Calzana, pervasa di umorismo, traspare però anche un sentimento di tenerezza nei confronti di una Bergamo desiderosa di confrontarsi, per la prima volta, con il più vasto mondo.

Il racconto che si dipana nelle pagine di Esperia diviene così anche un'occasione di riflessione antropologica, come in questo passaggio fulminante e malinconico: «Le mani a coppa dietro la nuca, il Milesi avrebbe potuto dirsi felice, se non fosse che la felicità in bergamasco non ha voce. Quando proprio si sente alla grande, e tutto gira a meraviglia, il bergamasco azzarda un semplice sto bé. D'altronde, se manca la parola, ci sarà pure un motivo».

Giulio Brotti

m.sanfilippo

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