La «Lectio» del cardinale Ravasi
La retorica non basta: è tempo di tweet

Torna l'appuntamento con Molte fedi sotto lo stesso cielo: venerdì 27 settembre l'inaugurazione con la Lectio Magistralis del Cardinal Ravasi, alle 20.45 al Teatro Donizetti. Tutti i posti sono da tempo esauriti: ecco l'articolo pubblicato da L'Eco.

La «Lectio» del cardinale Ravasi La retorica non basta: è tempo di tweet

Torna l'appuntamento con Molte fedi sotto lo stesso cielo: venerdì 27 settembre l'inaugurazione con la Lectio Magistralis del Cardinal Ravasi, alle 20.45 al Teatro Donizetti. Tutti i posti sono da tempo esauriti.

La Lectio Magistralis del Cardinale Gianfranco Ravasi ha come titolo “Di generazione in generazione. Tra memoria e futuro”. Gianfranco Ravasi è cardinale, biblista, nonché teologo, ebraista ed archeologo. Dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

La sua vasta opera letteraria è costituita da volumi riguardanti soprattutto argomenti biblici e scientifici, con eccezionali interpretazioni della Parola e della valenza poetica dei testi sacri. Tra queste vanno ricordate edizioni curate dei Salmi, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici e di Qoelet. Da anni collabora con i quotidiani L'Osservatore Romano, Il Sole 24 Ore ed Avvenire, con il settimanale Famiglia Cristiana e con il mensile Jesus.

Conduce inoltre la rubrica domenicale Le frontiere dello Spirito. Il suo ultimo lavoro è "L'incontro. Ritrovarsi nella preghiera" edito da Mondadori nel 2013. Tutti i posti per partecipare all'evento sono da tempo esauriti.

Da L'Eco di Bergamo del 26 settembre
«La retorica non basta: è tempo di tweet»
di Carlo Dignola
Papa Francesco scrive una lunga lettera sulla fede e su Gesù al fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, per decenni bandiera del laicismo italiano. A ruota, il Papa emerito Joseph Ratzinger prende anche lui carta e penna e scrive al logico Piergiorgio Odifreddi, alfiere dell'ateismo e dell'anticlericalismo (proprio qui a BergamoScienza cinque anni fa diede della «scimmia» a Benedetto XVI), interloquendo con lui (la lettera, si è saputo ieri a Roma, l'aveva in redazione anche L'Osservatore romano ma non l'ha pubblicata «per motivi di stile»).

Cosa succede? I Papi in persona saltano il fosso tra credenti e non credenti e spiazzano la stampa cattolica, abituata a decenni di felpate prudenze curiali?

Chi potrebbe parlarne meglio del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, protagonista ieri a Roma del «Cortile dei giornalisti», l'appuntamento dedicato alla stampa dal «Cortile dei gentili», lo spazio voluto da Benedetto XVI che da due anni ha avviato un intenso dialogo con chi non ha fede. Ravasi domani sera sarà a Bergamo per «Molte fedi sotto lo stesso cielo», la ricchissima (e anche in questo caso puntualissima) iniziativa culturale delle Acli: terrà una lectio magistralis alle 20,45 al Teatro Donizetti dal titolo: «Di generazione in generazione. Tra memoria e futuro».

Interprete principale e anche suggeritore (ascoltato), già sotto Benedetto, di questa linea di apertura e dialogo, Ravasi è da tempo schierato su queste posizioni: «Se un pastore non si interessa di comunicazione - dice - è al di fuori del suo ministero. Gesù stesso disse: andate e fate l'araldo, proclamate l'annuncio sui tetti. E oggi questo non si può fare con i mezzi della retorica classica».

Certo, il «balzo in avanti» di Papa Francesco ha anche qualcosa di rivoluzionario. Con la «nuova modalità di comunicazione» che il Papa ha aperto concedendo lunghe interviste, scrivendo ai fedeli, addirittura telefonando nelle case mostra quanto i media abbiano cambiato in pochi anni i nostri costumi e quanto anche il cattolicesimo, a sorpresa, sia pronto a mutare in fretta linguaggi. Siamo di fronte a una «nuova grammatica» intera da maneggiare e da usare - dice Ravasi - non così nuova però per il cristianesimo, che non è nato come una religione verbosa e teologica ma come comunicazione pratica e diretta di un'esperienza umana: le frasi di Gesù stesso - aggiunge il cardinale - erano brevi, e non sono poi molto diverse dagli short messages che impazzano su tutti i cellulari: «Cristo per comunicare ha già usato la televisione e i tweet.

La prima predica di Cristo, se stiamo al testo greco, in Matteo, è in poco più di 30 caratteri, con gli spazi arriveremo a 40. Con Marco a un testo un po' più lungo, arriviamo a 70-80. E c'è tutto. In due parole: "Il regno di Dio è vicino. Convertitevi"».

Ratzinger nella lettera a Odifreddi ha chiesto da entrambe le parti «franchezza». E anche Ravasi non teme «un confronto a muso duro, se è il caso» con gli atei e con chi la pensa in maniera diversa dalla Chiesa; un discorso «in cui si obietta, si danno delle visioni. Oppure dei consigli, non necessariamente polemici, ma che siano incisivi» ha detto ieri - ancora a <+corsivo>Repubblica<+tondo>, che ormai sembra diventata un Cortile dei gentili alla rovescia, in cui vengono invitate le più alte cariche vescovili: «Quella di Benedetto è una lezione non soltanto per noi che operiamo nel mondo della cultura ma anche per la pastorale in senso lato. Il pastore non deve aver paura di entrare nella piazza, nel groviglio della comunicazione attuale. Il dialogo non deve costituire di per sé una sorta di Onu, di assemblea generale per cui alla fine si cerca di trovare comunque un accordo. Ci può essere anche un confronto aspro e serrato, nel riconoscimento delle diversità. E ci deve essere la presa in carico di misurarsi con contestazioni radicali, che qualche volta rischiano di essere anche schematiche o superficiali».

In un'intervista di febbraio al mensile dei gesuiti Popoli Ravasi ha spiegato bene l'esperienza del «Cortile dei gentili», ricordando che è nata «da un suggerimento di Papa Benedetto XVI, con quel famoso passaggio del discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2009: "Penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di cortile dei gentili dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea"». Ed è proprio quello che sta facendo Papa Francesco.
Anche la «vecchia contrapposizione "Dio sì, Chiesa no"» è ormai per Ravasi una «deriva arida e stantia»: «Propongo che il dibattito non sia tra laici e clero, quasi un tribunale con arringhe opposte tra accusa e difesa, ma la ricerca, tra credenti e non credenti, di un punto d'incontro su temi che riguardano l'uomo».

Ha ricordato una frase di Erri De Luca, pronunciata durante il «Cortile» di Firenze sull'arte: «Molto del destino di ciascuno - ha detto lo scrittore - dipende da una domanda, una richiesta che un giorno qualcuno, una persona cara o uno sconosciuto, rivolge: d'improvviso uno riconosce di aspettare da tempo quell'interrogazione, forse anche banale ma che in lui risuona come un annuncio, e sa che proverà a rispondere ad essa con tutta la vita».

Ragione e religione sono due sfere diverse e tuttavia devono imparare a dialogare. Al mensile Jesus Ravasi ha detto che considera «fondamentale la definizione di Stephen J. Gould, epistemologo della scienza ebreo e ateo, che formulò il principio detto dei "non overlapping Magisteria", magisteri non sovrapponibili, o teoria dei due livelli. Lo scienziato ha un suo statuto che si interessa del fenomeno e della dimostrazione sperimentale. L'uomo, però, conosce anche secondo un altro livello che non è conflittuale con quello scientifico ma è autonomo. Può essere altrettanto razionale - la filosofia ad esempio, l'arte, l'estetica, la poesia, l'innamoramento, la religione».

Ravasi ricorda un docente di biologia e la «parabola» che «propone ai suoi studenti quando ironizzano sulla religione: dopo una giornata trascorsa a condurre una ricerca in laboratorio sull'epidermide, lo scienziato si reca a un ricevimento e resta fulminato da una donna. Quale canale di conoscenza adotta analizzando il volto di quella donna? Il canale biologico oppure un altro tipo di conoscenza?».

Il nuovo ateismo rischia di essere oggi la posizione più dogmatica, dice il cardinale. In un'intervista dell'anno scorso alla rivista svedese Signum ha detto di considerarlo «una sfida per il cristianesimo perché il dibattito con esso è estremamente impegnativo», e a volte rischia di essere dominato da «una dimensione apologetica nel senso più brutale. I nuovi atei illustrano la verità con ironia e sarcasmo e tendono a leggere i testi religiosi come i fondamentalisti». Se è vero che «il cristianesimo in Europa annaspa, alle prese con una società che ha un aspetto vecchio e stanco», se è vero che, come diceva Cioran, è ormai «ridotto all'osso» - commenta Ravasi - proprio per questo esso deve tornare a essere «una sorgente di meraviglia e di scandalo»,  riscoprire e recuperare le proprie «energie vivificanti».
  
Questo confronto aperto con l'area della comunicazione diventa allora necessario semplicemente perché «il cristianesimo sta dentro il mondo», pur essendo un fenomeno che segnala l'esistenza di un altro mondo. Certo, oggi anche per la Chiesa «l'atmosfera è cambiata: puoi anche dire che non ti interessa la televisione ma è ormai la televisione che ti attraversa, tutto è ritmato dall'on line. La Chiesa non può restarne fuori» dice il cardinale.

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