Bergamo tra le capitali di musica indie? Sì, davvero (merito di Wild Honey)
Franz Barcella (Foto by Ludovica Belotti)

Bergamo tra le capitali di musica indie?
Sì, davvero (merito di Wild Honey)

Forse non molti lo sanno, ma a Bergamo esiste una prolifica etichetta garage. Si chiama Wild Honey ed è una scommessa ormai decennale portata avanti dal produttore e musicista bergamasco Franz Barcella.

Una scommessa vinta, a giudicare dai numeri e dalla qualità delle pubblicazioni. Wild Honey si è ritagliata un posto molto importante nel panorama europeo delle etichette “Do It Yourself”. Come nella migliore tradizione, è nato tutto da un garage.

Abbiamo intervistato Franz Barcella, che ci ha raccontato come è riuscito a trasformare una passione in un’etichetta da circa ventimila dischi stampati in dieci anni.

Da dove sei partito? Sono partito dalla passione per la musica, per il punk-rock e per l’etica del DIY (brutalmente, del “fartelo da te”) .Dieci anni fa ero già attivo con la mia fanzine, e nell’organizzazione di concerti. In più iniziavo a girare stabilmente l’ Europa come tour manager per i Mojomatics, o con il mio gruppo. Compravo, e compro, un sacco di dischi, anche e soprattutto di piccole etichette discografiche ai più sconosciute. Quando mi sono laureato, ho raccolto le varie mance di genitori e parenti, e le ho investite nel primissimo disco. Senza pensarci nemmeno troppo. Anziché un viaggio o una vacanza mi sono imbarcato in quest’avventura. Il nome per partire l’ha trovato Lisa, la mia ragazza di allora, che ha curato l’etichetta con me per diversi anni.

Vivi dell’etichetta? Assolutamente no. Dopo un lungo periodo di conti in rosso, negli ultimi anni la situazione economica è migliorata, e mi dà più libertà di scelta e pianificazione. Tuttavia, anche se a volte c’è qualche soldo in cassa, ho deciso di non tenere nulla per me. È una scelta etica: Quello che genera l’etichetta resta nell’etichetta. L’unica “retribuzione” che mi sono concesso, è che ora Wild Honey mi paga l’abbonamento a Netflix…

Con quante band collabori? Ad ora ho collaborato con 25 band, provenienti da 8 diverse nazioni. Europa e Stati Uniti per la maggior parte, ma anche Australia e Giappone. In tutto ho pubblicato 35 dischi, tutti in vinile, da una tiratura minima di 200 copie ad una massima di 1500. Ho appena fatto il conto: in tutto abbiamo messo in circolazione circa 20.000 dischi, tra edizioni normali e versioni limitate con vinile colorato. Non male credo, considerando che tutto parte da un garage.

Dove ti ha portato questa etichetta? Una persona più cinica ti risponderebbe: da nessuna parte. In verità, mi ha portato a conoscere e collaborare con alcune delle mie band preferite. A viaggiare e conoscere il mondo. Ed in generale, m’ha costretto a “giocare” con conti, accordi di distribuzione, piani di marketing e comunicazione. M’ha forzato a esercitare lingue diverse, e a superare la timidezza di chiedere, proporre e portare avanti le proprie idee, anche contro il parere altrui. Non avevo competenze specifiche, e così ho dovuto costruirmele, chiedendo a chi le aveva o sperimentando. E, cosa più importante, mi diverte, e continua a divertirmi da matti.

Raccontaci l’aneddoto più pazzo del tuo lavoro. La nostra quarta uscita è stata Langhorne Slim, un cantautore americano che andavamo sempre a vedere quando passava dall’Italia. Vinta la timidezza, una sera gli abbiamo proposto di pubblicare un singolo su 45giri con due canzoni. Lui a sorpresa ha accettato, a patto che gli pagassimo i costi della registrazione dei due pezzi. La spesa finale non è stata indifferente, e pensavamo non ci saremmo mai rientrati. Ma ci piaceva troppo. Ora Langhorne Slim è uno degli artisti folk/rock più famosi in America. Ha suonato al Letterman Show, ed uno dei suoi pezzi è pure finito nell’intervallo dell’ultimo Superbowl. (comunque credo che del costo di quei singoli non ci siamo ancora rientrati, ma non è la cosa importante…)

Nell’epoca di internet, di Facebook e soprattutto Spotify, come è cambiato il mestiere del produttore? Facebook, Instagram e Spotify li vedo, se usati bene, come ottimi strumenti di promozione e potenziamento. Li vedo come frecce nel proprio arco, non come pericoli Molti della “vecchia guardia”, quelli che magari producevano e vendevano dischi negli anni 80 e 90, tendono a vedere il file sharing, o lo streaming, come il problema principale dell’industria musicale. Sicuramente, da allora, i numeri di vendita sono drasticamente diminuiti, e posso ben immaginare che la cosa risulti frustrante. Conosco etichette di quel periodo, paragonabili per certi versi ad una Wild Honey, che grazie ad una buona pianificazione erano diventate senza troppo sforzo l’unica vera occupazione dei propri fondatori. Una cosa molto difficile oggigiorno. Onestamente a ben pensarci non conosco quasi nessuno che vive unicamente della propria etichetta, almeno a questi livelli. Tuttavia, è divertente come per molti “gestire un’etichetta discografica” sia ancora in qualche modo sinonimo di successo, potere e soldi. Personalmente, mantengo una serena e duratura disillusione sognante. E non vedo perchè si debba sempre puntare al risultato economico o alla ricchezza in un progetto. Amo far uscire dischi, sia che vendano tanto o poco, e considero il fatto che la cosa stia in piedi una grande vittoria. Non è una cosa da dare per scontato, anzi. Quindi son felice così.

Cosa riserverà il futuro? Altri dischi. Almeno fino a quando ci sarà anche solo una persona interessata. Spero anche altri artisti bergamaschi, perchè sarebbe un doppio motivo di orgoglio. Da qualche anno, dopo che Lisa ha deciso di dedicarsi ad altri progetti, abbiamo stretto una solida collaborazione con il distributore Striped Music. Se all’inizio facevamo tutto dal nostro garage, ora tutta la parte operativa di spedizione, distribuzione, fatturazione è gestita da altri, lasciandomi tempo e libertà di concentrarmi sugli aspetti di gestione e promozione. Ah, ci piacerebbe organizzare uno showcase itinerante di artisti dell’etichetta nei negozi di dischi ancora esistenti in italia. Avete presente quei tour itineranti degli anni ’60 che portavano artisti diversi a viaggiare e suonare assieme, di città in città per promuovere le loro nuove pubblicazioni?! Una cosa del genere, ma nei negozi di dischi che ancora resistono. Sarebbe bello riportare l’attenzione e l’interesse sulla frequentazione del negozio di dischi, come centro di promozione culturale e sociale. Perchè all’estero è ancora così».

Qui potete ascoltare e scaricare il meglio dei dieci anni della Wild Honey


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