Ex Riuniti, immagini e ricordi Un libro racconta l’identità di un luogo
Una delle foto di Crupi

Ex Riuniti, immagini e ricordi
Un libro racconta l’identità di un luogo

Tre le foto del libro, scritte sui muri lapidarie, quasi cimiteriali: «Last night 14 12 2012»; «15 12 2012 / The end»: «ultimo giorno di vita del reparto di Psichiatria» dei Riuniti di Bergamo. Un libro che racconta l’identità di un luogo.

«Non hanno lasciato praticamente nulla. Resta una struttura vuota, spettrale. Eppure non riesco a fare a meno di pensare a tutto quello che per quasi un secolo è successo in quelle sale. La vita e la morte, l’angoscia e la speranza, l’attesa e l’attività frenetica: rivedo tutto questo su quei pavimenti impolverati, su quei muri scrostati». Fascino delle rovine, del silenzio, del vuoto, della sottrazione, dell’assenza. Fascino del vecchio, glorioso, abbandonato ospedale di largo Barozzi, chiuso da 4 anni. A raccogliere, a restituire quelle fortissime suggestioni, Andrea Crupi, nel libro fotografico «L’identità di un luogo» (Lubrina-Leb, 2019), corredato di testi, tra l’altro, di Sabino Gervasio, Giancarlo Borra (per quasi 20 anni direttore sanitario dei Riuniti), Marco Ravasio, Raffaella Ferrari, dello stesso Crupi. L’autore lo presenterà, in occasione di Art2Night, Notte Bianca dell’Arte, sabato 6 luglio alle 18,30 al lo Spazio Cam. Con lui, Alberto Gagliano, che leggerà passi dei «Ricordi» che infermieri, medici, visitatori (tra cui lui stesso) hanno voluto dedicare al gigantesco scheletro, ancora vivido di memorie. Nella primissima foto, scritte sui muri lapidarie, quasi cimiteriali: «Last night 14 12 2012»; «15 12 2012 / The end»: «ultimo giorno di vita del reparto di Psichiatria», spiega Crupi. «Faceva parte della terapia far scrivere i pazienti sui muri. Il libro è un tentativo di rappresentare il maggior numero di reparti», anche se non con spirito di scientifica sistematicità: «Non ci sono tutti. Fondamentalmente, sono i miei ricordi: mio padre è medico, ha lavorato per 40 anni in Cardiochirurgia. Per la maggior parte, sono posti che conoscevo. Una scelta molto istintiva e sentimentale. C’è il bello dell’ospedale, che meritava un ricordo, una testimonianza, prima che venga trasformato e ridestinato». Insieme, nel libro, la bellezza delle facciate, dei vialetti alberati, di una struttura architettonica degnissima, tipica dei tardi anni Venti; e, insieme, il richiamo nostalgico, non privo di struggimento, dei luoghi abbandonati.


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