Il Bepi presenta il suo libro
«L’orgoglio di cantare in dialetto»

Bergamaschi, gente di poche parole? Dipende. Se un paladino della bergamaschità scrive un libro di oltre cinquecento pagine per raccontare il suo viaggio musicale (e non solo) in questo nostro mondo, quella certezza rischia di apparire un luogo comune.

E Tiziano Incani non è certo uno che si esprime col contagocce. Anzi, le sue opinioni le divulga con ogni mezzo che sappia maneggiare. Tiziano Incani chi? «Il Bepi, se preferite». Lo scrive lui stesso in copertina. Il Bepi è il nome d’arte che lo ha reso famoso dalle Orobie alla Bassa. Canzoni in dialetto (dal 2004 a oggi) che attingono alla quotidianità, toccando tutti i temi del vivere attraverso un’infinità di registri sonori (a partire dal rock); la conduzione di Bepi Quiss a Bergamo Tv; narratore di fiabe sull’aia e ora, a 41 anni, anche scrittore.

Domenica sera (ore 20), durante l’undicesimo Bepiraduno che si terrà al Teatro Modernissimo di Nembro, presenterà il libro della sua carriera artistica, una cavalcata che ripercorre nei dettagli dodici stagioni di idee, di registrazioni, di concerti, di ricerche, di aneddoti, di esperienze esaltanti e di altre dolorose. Curiosità, retroscena, riflessioni. Tante riflessioni. Quelle di un uomo orgoglioso.

E allora eccolo lì il titolo bello secco, un monosillabo a caratteri cubitali, da abile comunicatore qual è Incani: Proud, Orgoglioso. «In inglese, perché sugli scaffali di una libreria quella parola la noti subito. Urgugliùs in bergamasco non avrebbe lo stesso effetto. Consentitemi questa piccola furbizia».

E si racconta: «Forse il Bepi dei primi anni, gratificati da un successo travolgente, è stato inconsapevolmente autolesionista. Con i suoi toni da cabaret (divertenti e che non rinnego) e la formula di un pensare e di un agire popolare e ruvido si era “guadagnato” l’etichetta di buffone fuori provincia e un’immagine distorta in generale, che non giovava a Bergamo. Il personaggio che piaceva a tanti bergamaschi alimentava, ad un tempo, il pregiudizio. Ho sempre diviso il mio pubblico tra chi mi adora e chi mi guarda con la puzza sotto il naso». Pur rimarcando anche i difetti della nostra terra: «L’interesse di un popolo non si fa cantandone solo i pregi e ignorandone le pecche. Proprio riconoscendo quel che non va si migliora. Io non potrei mai rispondere come Gigi D’Alessio quando gli chiesero di dire un difetto dei napoletani: “Sono troppo sinceri”, ribattè...».

Con una risposta a chi lo dipinge ancora come un personaggio rozzo per via del dialetto: «Il libro serve anche a spostare l’attenzione sui contenuti, su come e che cosa canto. Se non è stato colto al primo impatto, ora anche chi mi giudica con superficialità o mi ignora può conoscermi meglio. Mi piacerebbe raggiungere soprattutto questo pubblico».

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