Lunedì 11 Novembre 2013

La domenica di Piercarlo Ghinzani

«Banalizzato il giorno speciale»

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Piercarlo Ghinzani ha sempre corso. Per passione o per lavoro, nella vita di tutti i giorni oppure al volante di una Formula 1: sempre più per dovere che per scelta. La domenica, per lui, non ha mai rappresentato un giorno di riposo, come avrebbe voluto: è stata lavoro e carriera e lo è ancora oggi, con un team motoristico da gestire e, in parallelo, con i concessionari da portare avanti. In certi casi non avrebbe potuto essere altro che così, per via di una serie di ragioni economiche e sociali che lui stesso ci spiega con saggezza. Ma ora, se fosse per lui, le cose potrebbero benissimo essere diverse: eppure il mondo del terzo millennio corre più della sua Osella azzurra negli anni Ottanta.

«Le domeniche della mia gioventù me le ricordo bene: sveglia alle 6, immancabile Messa alle 6.30 e poi tanto lavoro: papà aveva un centro di assistenza automobilistico e io, dopo le scuole medie, ero sempre in officina ad aiutare e ad imparare. Era un’Italia in espansione e bisognava rimboccarsi le maniche». Un pranzo veloce e solo motori fino alle 16.30: «Non riuscivamo a smaltire il lavoro settimanale e, così, dovevamo sacrificare la domenica: non c’era tempo per il pranzo in famiglia, ma da quel punto di vista recuperavamo con le cene settimanali, tutti insieme. A metà pomeriggio staccavo ed era il momento di libertà: avevo a disposizione 150 lire, che spendevo in cinema e stringhe di liquirizia. Dopo il film, mi fermavo al bar con gli amici e ascoltavamo Celentano e Morandi al jukebox». Stralci di una realtà non così particolare, visti i tempi: «Una classica domenica di provincia: non eravamo mica gli unici a lavorare, c’erano anche gommisti, benzinai e l’intero mondo che circondava le automobili. Per tutti, il concetto era: macinare e lavorare. Le banche prestavano denaro alle aziende e si arrivava con agio a fine mese. Tanto darsi da fare era un obbligo, per uscire dalla depressione del dopoguerra». Poi, lento, il cambio di abitudini, non solo per Ghinzani: «Col tempo, le cose cambiarono e ci fu più disciplina nell’organizzazione del mondo del lavoro: negli anni ’70 la domenica era diventata a tutti gli effetti un giorno di riposo, ma io intanto avevo iniziato la mia carriera automobilistica e, dunque, nel weekend ero impegnato in pista, ma senza mai abbandonare l’azienda di famiglia, ben consapevole del fatto che lo sport non dà alcuna garanzia di durata. A differenza dei miei avversari, il lunedì io ero di nuovo in officina, mentre loro, che non erano abituati ai miei ritmi, si dovevano prendere una pausa. Mi ha aiutato la mia grande cultura del lavoro: in famiglia mi avevano insegnato che l’ozio è il padre dei vizi».

Si penserebbe che uno così sia quello che ha sofferto meno planando nella realtà ansiosa del giorno d’oggi, invece è vero l’esatto contrario. «Ai tempi, tutto quel lavoro era un obbligo per questioni economiche: ma dallo stress del dopoguerra eravamo arrivati al benessere e, dunque, c’era il modo e il tempo per rilassarci. Oggi, invece, è tornata l’ansia, con tutti quei grandi complessi commerciali: anche io sono costretto a tenere aperti i concessionari, su pressione delle case automobilistiche. È un discorso basato sulla competitività, sull’offrire sempre qualcosa in più rispetto alla concorrenza, ma io dico che è sbagliato e che servirebbe una legge per stabilire la chiusura domenicale. Dopotutto, i maggiori ricavi delle varie attività sono poi spesi proprio a causa dell’apertura prolungata: basterebbe che tutti chiudessero e i guadagni rimarrebbero identici, ma purtroppo viviamo nel consumismo più esasperato e ciò non sembra più possibile».

Un giorno speciale non dovrebbe diventare un giorno qualunque. Ghinzani sottolinea questo valore con decisione: «La domenica deve essere riservata alla famiglia e al riposo, è naturale, ed è scritto nella Bibbia: in quel giorno bisognerebbe lasciare stare il business, godersi i piaceri della vita e portare avanti una propria riflessione religiosa e spirituale. La domenica dovrebbe essere la ciliegina sulla torta della settimana e mantenere una sacralità ormai scomparsa: pure il Padre Eterno si è riposato il settimo giorno, vuoi che non lo facciamo noi?»

Matteo Spini

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