La strada del progresso
è lastricata di povere illusioni

In un non ben identificato Paese del Terzo Mondo due operai di un’azienda straniera hanno l’incarico di asfaltare 230 chilometri di strada che collegheranno nord e sud del Paese sancendo finalmente la pace dopo una violenta guerra civile con il suo immenso rigurgito di stupri, sfollati e orfani. Hanno dieci giorni di tempo per completare il lavoro prima dell’inaugurazione. O, almeno, questo è quello che sanno.

Dall’estero arrivano aiuti umanitari, fondi per la ricostruzione e mazzette da incassare. Per evitare rapimenti e richieste di riscatto, i due uomini lavorano senza passaporti né nomi. Per identificarsi hanno scelto due numeri: Quattro e Nove.

Parte da qui «La parata», il nuovo romanzo di Dave Eggers appena pubblicato da Feltrinelli. Per chi ancora non lo conosce, Eggers è uno degli autori americani più apprezzati del momento, fondatore di una rete di scuole di scrittura creativa per giovani disagiati in diverse città degli Stati Uniti e di un’organizzazione no profit per aiutare negli studi universitari i ragazzi di famiglie meno abbienti.

I due protagonisti de «La parata» incarnano ritratti psicologici agli antipodi: Quattro è razionale, rigoroso, apparentemente anaffettivo, si sente al sicuro solo a bordo della sua macchina asfaltatrice Rs-80, vuole fare il suo lavoro presto e bene evitando rischi e distrazioni. Nove, con il ciuffo ribelle che gli cade di continuo davanti agli occhi, ha il compito di andare in avanscoperta per liberare la strada da possibili ostacoli, ma non rinuncia alla gola, alle donne e ai contatti umani. Nove è sempre pronto al sorriso, Quattro lo vede come una minaccia al suo ritorno a casa e non vede l’ora di liberarsene.

In questo mondo caotico e primordiale che aspira al benessere, niente è come sembra. Le certezze di Quattro vengono messe in crisi in un continuo ribaltamento di prospettiva. E quando Nove sta male e sembra sul punto di morire l’aiuto non arriva da un vicino ospedale da campo, ma dalla gente del posto dopo il rifiuto quasi aggressivo di una volontaria. Perfino la nuova strada, che dovrebbe essere un motivo di speranza per i locali, si trasforma in un incubo. Il finale è spiazzante, cinico, ma per ovvie ragioni non si può qui raccontare.

Eggers non parla soltanto delle conseguenze del colonialismo che ancora si trascinano nel XXI secolo, dell’Occidente che si sente superiore ma spesso è solo tronfiamente ottuso, dei rapporti di potere, della complessità delle relazioni umane. Mette in scena una parabola sul progresso. Che spesso è solo ipocrisia

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