Giovani, risorsa sempre più scarsa: l’allarme di Confindustria
CAPITALE UMANO. Il Rapporto di Previsione Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria dedica un intero capitolo al tema dei giovani nel mercato del lavoro. I dati sono netti: meno ragazzi, meno occupati, più emigrati.
Guerre, dazi, incertezza. Già il titolo del Rapporto di Previsione Primavera 2026 di Confindustria restituisce il clima in cui si muovono le imprese italiane: un PIL che cresce dello 0,5%, un’inflazione in risalita al 2,5%, un conflitto in Medio Oriente che aggiunge volatilità a un quadro internazionale già segnato dai dazi americani e dalla debolezza della domanda europea. L’occupazione rallenta, le retribuzioni reali restano al palo e l’incertezza spinge le famiglie a risparmiare anziché consumare. È dentro questo scenario che il Centro Studi Confindustria sceglie di dedicare un intero focus a un tema che chi legge questa rubrica conosce bene: i giovani come risorsa sempre più scarsa per l’economia italiana. Una scelta significativa: collocare il problema generazionale non tra le questioni sociali di contorno, ma al centro dell’analisi macroeconomica del Paese.
Il dato demografico: un cambiamento strutturale
I numeri parlano con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Nel 2005 i 15-34enni rappresentavano il 25% della popolazione italiana. Nel 2025 sono scesi al 20,6%. Le proiezioni Istat indicano che nel 2070 saranno il 18,6%, con una perdita di circa 3,2 milioni di giovani in termini assoluti. Non è una fase passeggera: la base demografica su cui si costruisce la futura forza lavoro si sta restringendo in modo irreversibile. Già entro il 2040 la popolazione in età lavorativa perderà 5 milioni di unità.
Chi segue l’Osservatorio Delta Index ritroverà in queste cifre le stesse evidenze emerse nel confronto con esperti come Alessandro Rosina: un Paese che dal 2008 ha cominciato a perdere abitanti e che entro il 2050 potrebbe ritrovarsi con quasi 9 milioni di potenziali occupati in meno. Il Rapporto Confindustria conferma, con dati aggiornati, che questa non è più una previsione da demografi. È il presente delle aziende che assumono.
L’Italia occupa meno giovani di tutti
Il confronto europeo è impietoso. Nel 2024, nella fascia 15-24 anni, solo il 19,7% dei giovani italiani risultava occupato. In Germania la percentuale superava il 51%. La media dell’Eurozona era oltre il 36%. Il divario si riduce salendo di età – tra i 25-29enni l’Italia arriva al 63,1%, tra i 30-34enni supera il 73% – ma resta significativo, segno che il problema si concentra nella fase di ingresso nel mercato del lavoro. Il Mezzogiorno accentua tutto: nella fascia 15-24 anni il tasso di occupazione al Sud è del 13,5%, con un divario di quasi 38 punti rispetto alla Germania. Il Nord Italia, con il 24,2%, si avvicina almeno alla media dell’Eurozona. Ma è tra i 25-29enni che il quadro si fa più drammatico: al Sud lavora meno di un giovane su due (46,9%), mentre al Nord si arriva al 74,2%. Per le imprese del territorio – quelle che Delta Index monitora ogni giorno – questi numeri si traducono in un paradosso concreto: una domanda di lavoro che non trova risposte in un Paese dove i giovani sono già pochi e in molti casi non vengono valorizzati.
NEET in calo, ma ancora troppi
Un segnale positivo c’è: la quota di NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione) è scesa al 15,2% nel 2024, in forte riduzione dal picco del 26,2% toccato nel 2014. Tuttavia l’Italia resta sopra la media dell’Eurozona. Il fenomeno, come documentato anche dalla ricerca TEHA presentata al Forum Ambrosetti e ripresa nelle nostre pagine, ha un costo stimato di 24,5 miliardi di euro l’anno. Confindustria attribuisce parte del miglioramento a una maggiore integrazione tra sistema educativo e mondo produttivo, attraverso i PCTO (oggi FSL) e gli ITS Academy. Ma avverte: per una riduzione strutturale dei NEET serve rafforzare gli strumenti di orientamento e rendere più efficaci i collegamenti tra formazione e lavoro.
L’istruzione paga, ma meno che altrove
Un dato che merita attenzione riguarda la transizione dalla scuola al lavoro. Nel 2024, tra i 20-34enni diplomati o laureati, in Italia solo il 67,6% lavorava entro tre anni dal titolo. In Germania il 90,4%, nella media dell’Eurozona l’81%. Laurearsi conviene – il tasso di occupazione dei laureati è nettamente superiore a quello dei diplomati – ma il rendimento dell’istruzione in Italia è più basso che nel resto d’Europa. E questo nonostante il nostro Paese produca già pochi laureati: il 30% dei giovani, contro il 40% in Germania e il 50% in Francia. È un cortocircuito: pochi giovani si laureano, e anche tra quelli che lo fanno le opportunità restano limitate. Le cause? Da un lato possibili limiti nella composizione dei percorsi universitari. Dall’altro, una domanda di lavoro qualificato ancora relativamente debole, legata anche alla struttura del tessuto produttivo italiano: piccole imprese, bassa produttività, percorsi di carriera meno strutturati.
La fuga dei cervelli: 190mila giovani emigrati in 5 anni
Nel quinquennio 2019-2023, oltre 190mila giovani italiani hanno lasciato il Paese. Più della metà possedeva un titolo universitario, una quota che cresce anno dopo anno, arrivando al 50,9% nel 2023. Circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con picchi tra ingegneri e informatici, proprio i profili più ricercati dalle imprese. I dati Almalaurea confermano: il 5% dei laureati lavora all’estero già a un anno dal titolo, il 6% a cinque anni. Le retribuzioni d’ingresso italiane, pur in lento avanzamento (+7% dal 2022), restano contenute nel confronto internazionale. Per chi opera nel mondo delle risorse umane, il messaggio è limpido: l’attrattività non si gioca più solo a livello locale. Un’azienda di Bergamo, Milano o Brescia non compete soltanto con le imprese della provincia accanto, ma con quelle di Monaco, Amsterdam, Dublino. Come ha ricordato anche il professor Massimo Anelli della Bocconi in un’intervista a Delta Index, il problema è culturale: in Italia il lavoro è ancora percepito troppo spesso come un costo, mentre all’estero è trattato come un fattore di produttività.
Le politiche: troppi bonus, poca struttura
L’analisi di Confindustria sulle politiche pubbliche è particolarmente incisiva. L’esonero contributivo per l’assunzione di giovani, introdotto nel 2018 e potenziato a più riprese, ha assorbito circa 1,9 miliardi di euro nel 2024. Eppure le attivazioni agevolate per gli under 30 si sono quasi dimezzate: da 175mila nel 2023 a 95mila nel 2024. Il Rapporto documenta nel dettaglio come le regole dell’esonero siano cambiate ripetutamente – percentuali di sgravio, tetti massimi, fasce d’età, requisiti – generando incertezza normativa e complessità applicativa. Le imprese faticano a programmare le assunzioni quando le condizioni mutano di anno in anno, talvolta anche all’interno dello stesso esercizio. Ma la critica più profonda riguarda l’impostazione stessa delle politiche: sgravi e bonus agiscono sul costo del lavoro, non sulle cause strutturali della bassa occupabilità giovanile. Il mismatch di competenze resta il freno principale: nella prima metà del 2025, il 70% delle imprese con ricerche in corso segnalava difficoltà di reperimento, con punte nelle competenze tecniche e manuali.
Le proposte: dallo sgravio alla strategia
Le raccomandazioni del Centro Studi Confindustria si articolano su quattro assi: riformare i percorsi formativi e scolastici per allinearli alle esigenze del mercato; anticipare l’inserimento lavorativo durante gli studi attraverso l’apprendistato duale e tirocini ben regolamentati; introdurre incentivi mirati al reddito dei giovani lavoratori; rafforzare le politiche di accompagnamento con servizi di orientamento, sostegno alla mobilità e conciliazione vita-lavoro. La chiusura del capitolo è significativa: trattenere i talenti deve diventare un obiettivo di politica industriale. Non una questione sociale, non un tema da convegno. Una leva strategica per la capacità innovativa del sistema produttivo e per lo sviluppo economico del Paese.
Lo sguardo di Delta Index
Leggere il Rapporto Confindustria con gli occhi dell’Osservatorio Delta Index significa riconoscere un quadro coerente con ciò che emerge ogni settimana dal confronto diretto con le imprese e le nuove generazioni. I dati macro confermano le dinamiche micro: la difficoltà di attrarre giovani, il disallineamento tra aspettative e offerta, la competizione internazionale per i talenti, il peso della formazione come leva di attrattività. Ma c’è un aspetto che il Rapporto non può intercettare e che invece rappresenta il cuore del lavoro di Delta Index: il cambiamento culturale necessario dentro le organizzazioni. Le policy nazionali sono importanti, ma non sostituiscono la capacità delle singole aziende di ripensare il proprio modo di selezionare, formare, trattenere e far crescere i giovani. Dall’ascolto delle nuove generazioni alla ridefinizione dei modelli di leadership, dalla flessibilità organizzativa alla costruzione di percorsi di carriera credibili. I numeri di Confindustria ci dicono che il tempo degli alibi è finito. I giovani sono pochi, saranno sempre meno, e quelli che ci sono hanno alternative. La vera domanda per le imprese non è più “come trovo persone?”, ma “perché un giovane dovrebbe scegliere proprio noi?”. È la domanda a cui Delta Index aiuta le aziende a rispondere. Ogni giorno.
Per approfondire il tema del rapporto tra AZIENDE e GENERAZIONE Z collegarsi al sito dell’Osservatorio Delta Index e di Skillherz
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