Open di Agassi
fenomeno letterario

«Lascia perdere, Andre. Rinuncia. Molla quella racchetta ed esci dal campo». È una frase tratta dal capitolo di apertura di uno dei casi letterari degli ultimi anni: «Open. La mia storia» (Einaudi). Ossia l'autobiografia di Andre Agassi, vincitore di otto titoli del Grande Slam ed ex numero 1 del mondo del tennis.

«Lascia perdere, Andre. Rinuncia. Molla quella racchetta ed esci dal campo». È una frase tratta dal capitolo di apertura di uno dei casi letterari degli ultimi anni: «Open. La mia storia» (Einaudi). Ossia l'autobiografia di Andre Agassi, vincitore di otto titoli del Grande Slam ed ex numero 1 del mondo del tennis.

Opera divenuta popolare ancor prima dell'uscita, quando un'ottima strategia di marketing aveva preparato il terreno con una serie di anticipazioni: «Agassi odiava il tennis», «Agassi portava il parrucchino», «Agassi ha fatto uso di droga». E via di sensazionalismo. Ma forse non è un caso che il vero successo del libro stia arrivando adesso, a tre anni dalla sua uscita americana e dopo più di un anno dalla prima edizione in Italia, dove siamo a oltre 130 mila copie vendute. Con Alessandro Baricco che ha inserito l'opera tra le 50 migliori letture del decennio.

Più importante della strategia di marketing, evidentemente, è stato il passaparola. E il successo è arrivato quando la gente si è accorta che quello che contava davvero non erano gli scoop e i segreti rivelati, ma la costante ricerca di una dimensione. La ricerca di se stessi in mezzo alle difficoltà della vita. Che poi, in definitiva, può essere la storia di ognuno di noi.

«Open» è esattamente questo: un confronto quotidiano con la propria identità e con le proprie sofferenze. Un continuo perdersi e ritrovarsi, sbagliare e correggersi. È un libro d'amore, in cui però si incontra molto spesso la parola «odio». Odio del piccolo Andre verso la mostruosa macchina sparapalle inventata dal padre, boxeur iraniano emigrato a Las Vegas. Odio verso una condizione di «campione per forza» che il bambino Agassi rifiuta e che l'adolescente Agassi stenta a capire. Una vita centrata sulla ricerca della perfezione («2.500 palline colpite al giorno – diceva papà Mike – fanno un milione in un anno. Come puoi non diventare il più forte?») e una litania nella testa («hit earlier», ossia «colpisci prima») che ne condizionano fortemente la crescita. Portando poi il ragazzo Agassi ai bordi di un'esistenza pericolosa. Tra il consumo di farmaci per curare i dolori, l'approccio alle droghe e una depressione costante, che per certi periodi della vita lo tiene quasi isolato dal mondo.

Un libro nel quale la vittoria e la sconfitta sono trattate come impostori, come suggeriva Kipling nella sua «If». Perché proprio quando vince Wimbledon, Andre Agassi scopre quella cosa che non avrebbe mai voluto sapere: una grande vittoria non ripaga mai completamente di una cocente sconfitta. E allora comincia a cambiare per davvero.

«Open» è la storia, per certi versi, di una straordinaria metamorfosi. Da rappresentante (controvoglia) di uno slogan pubblicitario che recitava «l'immagine è tutto», da protagonista dello star system, compagno di Brooke Shields e Barbra Streisand, si sposta gradualmente verso ciò che vuole davvero diventare. Continua a dire di odiare il tennis, che gli ha tolto la gioventù che sognava. Ma ormai è su quella strada, e sa che quella strada è anche la sua salvezza. Stringe i denti Andre, per tutta la seconda parte della carriera, quando dai bassifondi del tennis riemerge fino a tornare in vetta, fino ad arrivare a toccare la prima posizione mondiale. Che significa successo, fama, denaro. Ed è qui che arriva il lieto fine, come in ogni storia americana che si rispetti. Perché nel frattempo trova in Steffi Graf, pure lei ex numero 1 del tennis, l'amore, che gli dona due figli. Mentre quel denaro e quella fama vengono convogliati in un progetto che aiuta i bambini poveri di Las Vegas ad avere un'educazione. Una fondazione che ormai per Agassi è diventata la vita e che si pone l'obiettivo di creare 75 scuole negli Stati Uniti nei prossimi anni.

Allora tutto torna, tutto ha un senso, persino il dolore. E anche quella voglia di rinuncia iniziale, in fondo, si può archiviare come un brutto ricordo. Non è mai uscito dal suo campo, Andre Agassi, nemmeno ora che – e sono già passati sei anni – ha appeso la racchetta al chiodo.

Cristian Sonzogni

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