Il ciccione e l’anoressica Un amore complementare

Il ciccione e l’anoressica
Un amore complementare

Il ciccione e l’anoressica. Se l’amore è complementarietà, chi meglio di Remo e Margherita? Lui, preda dei suoi fantasmi –accidia, bulimia, chiusura in se stesso – arriva in un anno a pesare, dai settanta iniziali, centodiciannove chili. Lei, ossessionata delle calorie, non arriva ai cinquanta.

Un grassone dai lineamenti sformati, con la faccia che sembra un dolce dalla cottura sbagliata, e una fantasmagoria, un ectoplasma di ragazza tutt’ossa e niente carne, tutta scatti e nervi, da aver paura quando siedi allo stesso tavolino di un bar (di sicuro farà cadere qualcosa). Proprio il bar Atene, in una Savona torpida e inconcludente, è lo scenario di una storia dai destini incrociati, che paiono compensarsi/sostenersi l’un l’altro: «Breve storia amorosa dei vasi comunicanti» è quella imbastita da Davide Mosca (Einaudi, pp. 199, euro 17). Come un’osmosi fra un grassone e uno scricciolo (che produrrà salvezza per entrambi). Remo è un ragazzo modello: macina esami all’università, lavora per aiutare in famiglia, ha già pubblicato due romanzi che hanno goduto di un discreto successo. Ma, sia stata l’incapacità di mantenersi all’altezza, il rendersi conto di essere salito su un treno sbagliato, la scollatura fra un’immagine costruita sulle aspettative degli altri e i propri desideri profondi, fatto sta Remo, in qualche modo, si «ritira»: espandendosi. Decide di accantonare studi e lavoro per concentrarsi su un solo, quanto mai lubrico, progetto: scrivere il grande romanzo che lo avrebbe imposto all’attenzione del mondo. In realtà, finisce in una specie di Hikikomori, fatta di scrittura e di cibo (non necessariamente nell’ordine).

Quello che doveva essere un anno «sabbatico» si traduce in un annus horribilis, una discesa agli inferi, raccontata non senza efficacia. Anche Sara, la fidanzata «storica», dopo una «malinconica» luna di fiele, decide di lasciare quell’autorecluso che ingrassa a vista d’occhio, che trova nel cibo una droga, una dipendenza, se non una via di autodistruzione/autopunizione, consumando al bar la sua sola ora d’aria con quattro altri naufraghi/prigionieri della vita. Ma sarà proprio al bar che lo sformato Remo incontrerà, nelle antipodiche sembianze di una liceale diafana e crisalidea, una insospettabile via di comunicazione e salvezza: perché non solo i vasi, ma anche le sensibilità, i cervelli, i corpi, possono essere comunicanti. Nessuno si salva da solo. 


© RIPRODUZIONE RISERVATA