«Mia città, la tua luce  non si era mai spenta»

«Mia città, la tua luce
non si era mai spenta»

Questo spazio è dedicato ai lettori che ci hanno scritto per condividere i loro sentimenti, i progetti nei momenti di isolamento forzato per combattere il coronavirus.

Questo spazio è dedicato ai lettori che ci hanno scritto per condividere i loro sentimenti, i progetti nei momenti di isolamento forzato per combattere il coronavirus.

«Ho 32 anni – ci scrive Glenda - e all’età di 19 ho lasciato il mio paesino di provincia per andare a studiare lontano. Non sono più rientrata a casa e nella lettera d’amore alla mia città si capisce il perché. Dico la mia città intendendo tutta la bergamasca. Un misto di ringraziamenti e ammonimenti, sperando che chi decide sempre le sorti da ora in avanti sappia mettersi una mano sulla coscienza».

Chiedo scusa alla mia città

Ti chiedo scusa perché non ti ho saputa amare come ti sei sempre meritata.

Dicono che la forma non conta, quello che bisogna guardare è la sostanza. Ma io quella sostanza non l’ho mai apprezzata, accecata da questa forma irruenta, in continua crescita e trasformazione. Un’evoluzione fisica negativa portava ogni giorno a un degradare costante del limpido blu che ho trovato da un’altra parte, mi dispiace. Ho preferito il bello al buono. Mi fermavo ad annusare profumi che non sentivo più, a cercare una luce che a fatica traspariva da quelle nebbie e quei fumi. Anche il verde si era tramutato in grigio.

Mi dispiace.

Ho creduto che tutto quello schifo che ti stava inghiottendo si fosse portato via anche tutta la tua anima, così come si stava portando via i tuoi spazi. Sì, è vero, da qualche parte era ancora possibile trovare quei colori di luce ma bisognava faticare, risalire vie che non avevo mai approfondito. Avrei dovuto mettermi in gioco e cercare per trovare, forse, qualcosa che mi ricordasse l’infanzia spensierata e gioiosa, immersa nel tuo verde e nel tuo blu. Avrei dovuto far finta di non essere immersa nel grigio soffocante che ti stava avvolgendo e continuare a sperare che sotto quella nube fosse rimasta la tua anima pura.

Ma è stato più facile lasciarti perdere e prendere una bella boccata di aria sana da un’altra parte, dove ancora nessuno si era portato via le campagne.

La tragedia ti ha colpito

Poi però è successa una catastrofe. Sei stata messa in ginocchio e seviziata. Hanno cercato di spezzarti le gambe ma tu hai reagito. Il grigio che ti aveva inghiottito non era riuscito a spegnerti.

La tua anima è balzata fuori davanti al mondo e ha dimostrato che sei ancora viva come lo eri anni fa, non viva come lo sei stata in questi anni di sfruttamenti. Viva come lo sono sempre stati, senza mai spegnersi al grigiore dei tuoi fumi, i tuoi tifosi.

E anch’io ho ripreso a farti il tifo, non che avessi mai smesso, ma da lontano dopo tanto tempo ho rivisto quella luce che non si era mai spenta e mi ha riportato alle miei gioie dell’infanzia e ho ripreso ad amarti ancora di più, perché te lo stai meritando. Davvero.

Sono riemersi i tuoi valori, i tuoi sacrifici, le tue bellezze. La tua morfologia è stata un punto a favore di questa bestia che ha cercato di stenderti ma tu sei più forte delle forme che hai preso.

Ti fanno tale tutti quelli che, invece di fare come me, hanno continuato a starti accanto e a sacrificarsi per qualcosa di più grande; per la famiglia, per il lavoro, per un futuro che va comunque cercato, progettato e creato. Grazie a tutta questa gente, la tua gente, non hai mollato, perché non si può cedere mai a nessuna cosa. Hai dimostrato che l’anima vera non muore mai ed è quella che conta, nonostante ti stessi fiondando nella versione peggiore di te.

Nel buio dei tuoi giorni più tristi, hai saputo rimboccarti le maniche per mostrare al mondo che quei colori di luce in cui sono cresciuta esistono ancora. Anzi forse tu stessa hai potuto riscoprirli e allora ti chiedo di non perderli più di vista.

Torna quella bella città che sei sempre stata. Quelle belle piatte campagne faticose da coltivare, quelle belle valli verdi, ricche di acqua, quelle belle cime innevate. Ritorna nebbiosa d’inverno e luminosa d’estate.

Cortese e riservata vai avanti con la tua gente, per la tua gente e non con le tue fabbriche e per le tue fabbriche. Preserva la salute fisica e dell’anima di tutte queste braccia che non ti hanno lasciato soffocare. Sono braccia che hanno visto i tuoi tempi migliori e rivogliono quello splendore. Dicono che la fatica è la normalità perché hanno un cuore di valori che riesce a trovare la vita anche sotto la cappa della modernità.

Nel dna c’è la Bettina e il Batistì

Ognuno di noi da piccolo è stato la Bettina ed è cresciuto con il proprio nonno Anselmo che ci ha insegnato i trucchi della cultura popolare. Ognuno di noi è stato il padre Batistì che per amore del figlio Mènec fa qualcosa di “sbagliato”. E anche se oggi la generazione del nostro nonno è andata perduta nei nostri cuori rimangono i suoi insegnamenti.

Questo ti ha salvato (e ha salvato anche tante altre realtà...). Ma non credere o sperare che possa sempre essere così; coltiva la tua gente e il suo amore o arriverà il giorno in cui tutti ti abbandoneranno (un po’ come ho fatto io) e in un evento come quello di questo 2020 non avrai scampo.

Con amore
Glenda Maffeis

Quadro realizzato da Ornella Pezzotta, di Calcinate, dal titolo “Bergamo vive come se ci fosse il mare”. «È simbolicamente – ci scrive l’autrice - una immagine evocativa della protezione del Patrono sulla città, nonché una valorizzazione della cultura del territorio bergamasco. Realizzata con tecnica mista che associa l’utilizzo della pittura a olio e la tecnica più popolare del collage. La statua più alta è Sant’Alessandro il patrono, che protegge la città dalla cima del campanile dell’omonima chiesa»


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