«Noi cassiere, figlie di un dio minore»

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Ecco una riflessione di Angela, che lavora da 20 anni in un supermercato in provincia di Bergamo.

Le mascherine sono una delle grandi storie di questo coronavirus, forse quella che più evidenzia la nostra difficoltà ad attuare le misure di prevenzione al contagio da Covid-19.

All’inizio, quando si parlava di epidemia, l’Oms disse che «chi sta bene e non è a contatto con persone infette non deve indossare le mascherine», e così anche il nostro Istituto Superiore della Sanità. Fu così che a noi, addetti alle vendite e cassiere della grande distribuzione alimentare, c’è stato detto che non dovevamo usarle, perché «avrebbero creato panico» (questo non ci è stato detto esplicitamente, ma nel mondo del marketing l’immagine ha la sua rilevanza); è quindi successo che noi, commessi e cassiere, nei giorni del panico per l’accaparramento di generi alimentari, siamo stati esposti al rischio di contagio da una miriade di clienti, potenzialmente positivi.

Nonostante i rischi che stavamo correndo, non ci è stato fornito nessun dispositivo di protezione individuale, solo guanti e disinfettanti.

In seguito le cose presero una direzione diversa, che pochi avevano previsto: il numero di contagi è esploso, i decessi aumentati, l’epidemia diventa pandemia e noi, di nostra iniziativa, come tanta altra gente in generale, ce ne siamo infischiati delle indicazioni ufficiali e abbiamo iniziato ad indossare le mascherine, supportati a quel punto da un bel numero di scienziati che hanno detto in sostanza: «servono, a qualcosa servono».

Il 14 marzo, dopo ben tre settimane dall’inizio dell’emergenza, arriva il «Protocollo sulle misure di contrasto e prevenzione al contagio da covid-19». Ancora una volta non viene presa in considerazione la specificità del nostro lavoro, perché le misure previste sono state pensate principalmente per ambienti di lavoro chiusi, come potrebbero essere le fabbriche dove il rischio di contagio è solo tra colleghi di lavoro.

Comunque, a seguito di questo protocollo, si inizia a ragionare, nonostante le difficoltà, sui dispositivi da mettere in campo e sul fatto che le mascherine vanno indossate. Sulla posa di barriere di separazione e protezione dai clienti, sulle distanze da osservare, sul contingentamento degli ingressi dei clienti, etc. Tutto questo molto tardi, troppo tardi. Nel frattempo alcuni nostri colleghi della grande distribuzione sono stati contagiati, e alcuni sono morti.

Siamo arrabbiati e amareggiati per tutte queste mancanze perché, seppur non essendo in prima fila, come medici e infermieri, anche noi abbiamo dato un servizio alla comunità con tutti i rischi che questo ha e continua a comportare. Siamo stati trattati come figli di un dio minore, quasi derisi per un eccesso di timori, spesso insultati da clienti a dir poco scortesi; siamo stati quelli che non hanno avuto la fortuna di mettersi al riparo nelle nostre mura domestiche.

Dopo quanto è successo, in un paese dove la prevenzione e la sicurezza sul lavoro vengono da sempre considerate un fastidioso costo, dove gli interventi vengono messi in atto solo e sempre a posteriori, la domanda che mi pongo è se la morte dei nostri colleghi, non debba essere considerata, a tutti gli effetti, morte a causa del lavoro.

Angela Vavassori

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