Analfabetismo finanziario  Un’anomalia italiana

Analfabetismo finanziario
Un’anomalia italiana

Il rapporto Consob 2016 sulle scelte d’investimento delle famiglie evidenzia la bassa cultura finanziaria degli italiani: non si conoscono i concetti di base, mentre spesso si impiegano i soldi basandosi su conoscenze indirette e fidandosi ciecamente dei consigli di amici e parenti. Secondo la Consob, infatti, quasi il 60 per cento degli italiani non sa che cos’è l’inflazione e solo poco più del 40 è in grado di definire correttamente alcune nozioni di base come, per esempio, il rapporto tra rischio e rendimento.

L’analfabetismo finanziario è stato uno dei motivi delle crisi in cui molta gente è inciampata negli ultimi anni, da Parmalat al crack di Banca Etruria. L’8 per cento di chi investe non sa nemmeno, precisamente, che cosa possiede. Una situazione paradossale. Nella city di Londra vale il principio del «caveat emptor»: non sta al venditore sincerarsi dell’avvedutezza dell’acquirente. Il problema è che l’acquirente spesso non sa che pesci pigliare. I risparmiatori finiscono per affidare i propri soldi al buon cuore degli intermediari.

I motivi dell’ignoranza finanziaria degli italiani sono da individuare in una situazione storicamente connotata dalla generosità dello stato sociale, dalla standardizzazione dei prodotti offerti e da rendimenti relativamente elevati dei titoli del debito pubblico. Questa situazione non ha stimolato i necessari interventi di sostegno all’educazione finanziaria. Quando il mondo è cambiato, però, sono diventate drammaticamente evidenti la bassa capacità di comprendere i mercati finanziari e di valutare il rischio dei prodotti offerti.

Acquisire conoscenze finanziarie è fondamentale per rispondere alle esigenze economiche e familiari. Non servono note illustrative di molte pagine che nessuno legge. Alcuni Paesi hanno avviato una strategia nazionale seguendo i principi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Tra i canali divulgativi più diffusi, oltre alla scuola, un ruolo fondamentale è svolto, in alcuni casi, dai media. Il conduttore Amadeus ha proposto un quiz in materia. Si è ipotizzato anche di creare dei giochi, sullo stile di Monopoli, e delle App, che uniscano l’aspetto ludico all’apprendimento, pensando anche ai più piccoli. E, ancora, di prevedere una certificazione finanziaria dalla scuola media fino al termine delle superiori, con una figura di riferimento che garantisca i risultati raggiunti. In Spagna l’anno prossimo andrà in vigore una legge che introduce l’educazione finanziaria, a scapito della filosofia. Aristotele sosteneva: «La filosofia non serve», nel senso che non è serva. Ma per non essere servi, occorre saper gestire i propri soldi.


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Diego Colombo Giornalista

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