Caldo di primavera La Padania bollente

Caldo di primavera
La Padania bollente

Le giornate di aprile con temperature oltre i trenta gradi in Pianura Padana sono un’anomalia senza precedenti storici. Già il 2017 è stato il secondo anno più caldo di sempre in tutto il mondo. A Forlì, il 4 agosto dell’estate scorsa, si è toccata la temperatura di 43 gradi, la più alta mai rilevata in Padania. Sul podio della calura il 2017 è preceduto dal 2016 e seguito dal 2015, dimostrando come il cambiamento climatico stia avvenendo più velocemente di quanto gli scienziati avessero già previsto.

Il caldo record anomalo di aprile ha riguardato tutta l’Europa, con temperature elevatissime, già estive e mai viste, in Belgio, Francia, Olanda, Regno Unito e Balcani. Il cambiamento climatico è un processo graduale ma inarrestabile, che si può rallentare, ma non fermare. Il riscaldamento globale non comporta, banalmente, che possa esserci sempre un clima più caldo. Anzi, può succedere, in determinati luoghi e periodi, l’esatto contrario: qua e là, di tanto in tanto, c’è più fresco, un po’ come il brivido che si avverte durante la febbre. Quest’inverno in montagna, per esempio, è nevicato come non si vedeva da tempo, ma soprattutto sopra i duemila metri. Per le Alpi, infatti, è stato il terzo gennaio più caldo, con una novità rilevante: se ad alta quota nevicava, più in basso pioveva, un fenomeno inedito. Le riserve di acqua, in realtà, continuano a diminuire: attualmente perdiamo 1,5 metri di ghiaccio alpino all’anno. Durante l’ondata di gelo che ha investito gli Stati Uniti nell’inverno scorso, portando diversi Stati a temperature bassissime, il presidente Trump, da sempre scettico sui cambiamenti climatici, ha twittato, infelicemente, che la costa est degli Usa avrebbe potuto usare <un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale>.

Nel mondo scientifico impera un generale consenso circa il ruolo che l’aumento di anidride carbonica, prodotta dalle emissioni dei combustibili fossili, riveste nei cambiamenti climatici in atto. E’ il noto effetto serra. Fin dal 1988 fu istituito, alle Nazioni Unite, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico: la relativa Convenzione quadro dell’Onu è del 1992. Gli accordi di Parigi del 2015 vorrebbero tagliare le emissioni di anidride carbonica, i gas che alterano il clima, per mitigare il riscaldamento globale ed evitare trasformazioni pericolose per l’esistenza stessa dell’umanità. Com’è noto, Papa Francesco ha dedicato al tema, che già ha conseguenze drammatiche sulle popolazioni più povere del pianeta, l’enciclica <Laudato si’>, riprendendo e rafforzando il magistero dei predecessori. Un supremo grido d’allarme che, da tempo, mette in guardia dallo sfruttamento inconsiderato delle risorse, da una politica miope che punta al successo immediato senza prospettive a lungo termine, dall’egoismo delle società consumistiche che stentano a cambiare i propri stili di vita. Il Papa ricorda che la cura del creato è un impegno di tutti, credenti e non credenti, e affronta temi concreti, basandosi sulle più recenti e acclarate acquisizioni scientifiche in materia ambientale.

Nell’era preindustriale il dato atmosferico era di 280 parti di anidride carbonica per milione. Nel 1915 è stata superata la barriera tra le 299 e le 300 parti per milione. Oggi, dopo cent’anni, si è andati sopra le 400, un valore destinato a restare per generazioni. L’uomo, con l’uso dei combustibili fossili, immette nell’atmosfera – come anidride carbonica – quanto la natura, in milioni di anni, ha stoccato in immensi giacimenti organici sotterranei, i resti del mondo animale e vegetale vissuto nel corso delle ere. Un patrimonio inestimabile che, nell’arco di pochi decenni, stiamo, letteralmente, polverizzando.

Ci sono in gioco degli evidenti, enormi interessi economici: è ovvio che ci sia un’irriducibile resistenza, da parte delle imponenti lobby del petrolio e del carbone, verso la transizione alle energie rinnovabili, che, pure, possono avere pregi e difetti. Meno comprensibile è che quei colossali interessi trovino una risonanza non irrilevante nelle stupidaggini di gente incompetente che, magari, non ha nessun coinvolgimento nelle azioni del petrolio ma, a tutti i costi, vuole negare l’evidenza del riscaldamento globale, finendo per rafforzare chi sostiene certe tesi per precisi motivi economici. Senza scomodare gli scienziati, basterebbe parlare con gli agricoltori bergamaschi: ci ricordano che, in particolare dal 2003 in poi, non c’è più la regolare alternanza di piogge e di periodi asciutti; ci sono 50-60 giorni di siccità, poi arrivano 100-150 millimetri di acqua tutti insieme. In una conferenza sul tema «Dal manzoniano assalto ai forni all’assalto alle risorse del pianeta: quali limiti alla crescita?», il meteorologo Luca Mercalli parlava del cambiamento climatico paragonandolo alla peste descritta da Manzoni nei <Promessi Sposi>, osservando come gli atteggiamenti umani si ripetano nella storia. Davanti a un grave pericolo all’orizzonte, si preferisce negarlo e mettere la testa sotto la sabbia invece che prendere provvedimenti. Esattamente quanto sta accadendo oggi, da più parti, davanti all’evidenza del cambiamento climatico.

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