Chi vince sempre  non cresce mai
Dorando Pietri stremato all'arrivo della maratona di Londra del 24 luglio 1908, in una celebre foto dell'epoca

Chi vince sempre
non cresce mai

L’esasperazione della competitività, propria del turbocapitalismo, determina che i risultati, e non come si raggiungano, contino più delle relazioni umane. Il mondo dello sport è considerato il modello di questa società, dove conta solo la vittoria. Il motto «L’importante non è vincere ma partecipare», comunemente attribuito a Pierre de Coubertin, il pedagogista e storico francese che rese possibile la nascita delle Olimpiadi moderne, è contraddetto dalle pratiche sportive odierne, che esasperano il successo.

La sconfitta dell’Atalanta, nella finale di Coppa Italia a Roma con la Lazio, ha smentito il luogo comune ed è stata giustamente accolta con un «Grazie lo stesso». I giocatori sconfitti sono stati acclamati come vincitori. All’Olimpico hanno assistito alla partita, con intenso e fiero coinvolgimento, 22 mila sostenitori della squadra bergamasca.

Cominciamo a ricordare che non sono arrivati da una città di centoventimila abitanti – come ripetuto alla televisione – ma da una provincia che ne conta più di un milione e centomila ed è l’ottava in Italia per popolazione. Non per ridimensionare l’eccezionale presenza, ma per sottolineare che l’Atalanta non è solo la squadra del capoluogo ma di un’intera provincia, oltre a contare simpatizzanti anche in altre parti d’Italia. A Roma alcuni sono giunti persino dall’Australia, da New York, da Miami, dal Marocco, dall’Inghilterra. All’Olimpico, i bergamaschi hanno vinto: il comportamento di tutti è stato encomiabile, elogiato anche dalla Questura della capitale. Gli inqualificabili incidenti prima della partita sono stati provocati da teppisti non atalantini.

Il luogo comune associa la sconfitta al fallimento. Ogni volta in cui perdiamo, invece, impariamo e guadagniamo qualcosa. Chi presenta la sconfitta come assolutamente negativa non interpreta correttamente la realtà. Se ci si ferma a riflettere sui motivi che hanno portato a quel risultato, si scopre che perdere implica sempre un cambiamento, una trasformazione degli eventi e di noi stessi. Da questo punto di vista, la sconfitta, grazie all’esperienza vissuta, diventa una vittoria. Non ci si ritroverà più ad affrontare situazioni simili nello stesso modo, perché si è acquisita la capacità di aprire la mente e di sperimentare nuove strategie per avvicinarsi all’obiettivo ambito. Non significa affatto che sia indifferente se si vince o si perde, ma che occorre sfruttare l’opportunità di analizzare quanto successo per poi voltare pagina. Il motto di de Coubertin è molto noto ma non assimilato. Considerando che perdere è una componente essenziale della vita, necessaria per poter avere successo in futuro, si riuscirà a percepire la sconfitta in modo meno negativo, iniziando a sfruttare l’insegnamento che ci ha lasciato. A volte è necessario perdere per poter vincere in futuro, perché il fallimento ci permette di vedere la realtà in un altro modo, di ampliare la nostra visione d’insieme, favorendo la crescita personale.

Dorando Pietri, alla maratona delle Olimpiadi nel 1908 a Londra, arrivò in prossimità del traguardo primo, ma stremato e fu aiutato negli ultimi metri. Fu squalificato. Pietri continua a essere conosciuto e celebrato come il simbolo di quelli che non vincono, ma ci provano fino alla fine. Allo stadio di Londra, seduto tra il pubblico vicino al traguardo, c’era anche Arthur Conan Doyle, lo scrittore di Sherlock Holmes, lì come corrispondente del «Daily Mail». Scrisse che «nessun romano antico seppe cingere il lauro della vittoria alla propria fronte meglio di quanto non l’abbia fatto Dorando nell’Olimpiade del 1908» e che era «terribile, eppure affascinante, quella lotta tra un obiettivo lì davanti e un protagonista esausto». Crediamo che Dorando Pietri sia tuttora un buon modello di come tenere la barra del timone nelle tempeste della vita. Soprattutto oggi, nell’epoca della Grande Crisi determinata dal turbocapitalismo. Il mondo è pieno di ultracinquantenni espulsi prematuramente dal mondo del lavoro. La capacità di adattamento e di resistenza di molti di loro è un esempio per tutti, anche per i giovani alle prese con l’era della precarietà. Solo le sconfitte aiutano a crescere. Chi vince sempre non cresce mai.


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