Il web non è gratis  e può rubarci la vita

Il web non è gratis
e può rubarci la vita

Si pensa che Internet sia gratis. Invece non c’è niente che veramente lo sia, nemmeno, per esempio, la messaggistica istantanea e la musica on line. C’è sempre un prodotto comprato e venduto. In questo caso la merce di scambio siamo noi stessi. Quando navighiamo, la rete riesce a sapere tutto di noi, quali prodotti compriamo, quali opinioni abbiamo, dove andiamo in vacanza. Una mole inesauribile di informazioni, utilissima per la pubblicità. In questo modo i pochissimi padroni della rete stanno accumulando ricchezze enormi.

Basti vedere la classifica dei paperoni di oggi nel mondo. Non solo. I signori del silicio rischiano di diventare anche i controllori delle anime. La merce scambiata sull’altare del profitto sono i nostri dati personali e la nostra riservatezza. In Italia, per effetto di una legge tanto famosa quanto poco conosciuta, non si sono mai firmati così numerosi documenti per garantire la privacy: proprio ora che il mondo iperconnesso ha reso la riservatezza il bene più prezioso e difficile da tutelare. Un tempo i più ricchi del pianeta erano i petrolieri che trivellavano i pozzi per procurarsi l’oro nero. Evgeny Morozov ha osservato come i giganti del web stiano svolgendo una sorta di «trivellazione» delle menti, per carpire i nostri desideri, le nostre paure, le nostre ansie. Navigare rischia di diventare un abbandonarsi sul lettino di una psicanalisi globale e predatrice. Chi può sottrarsi? Soltanto un’élite di big, che può permettersi il lusso di delegare ad altri la ricerca delle informazioni sul web. Facebook, Google, Amazon & Co, poi, raccolgono dati, utili non solo per la raccolta della pubblicità, ma anche per il progresso dell’intelligenza artificiale che, come evidenzia Aldo Cazzullo, è l’altra, enorme, rivoluzione in corso. Siamo entrati nell’era della riproducibilità tecnica della vita. L’uomo, dai robot alla clonazione, ha l’illusione di riuscire a creare l’uomo. All’orizzonte appaiono i fantasmi di uomini bionici, che avranno come cervello il computer e come memoria la rete e, quindi, potrebbero disporre di un patrimonio di informazioni incomparabilmente più vasto dei comuni mortali. Oggi possiamo diventare cavie, inconsapevoli, di un gigantesco esperimento globale.

Come ha spiegato Dario Edoardo Viganò, la rete rischia di sostituire a una stretta di mano un tasto del computer e di ridurre la nostra vita a un continuo «selfie» dei vari momenti della giornata, da «postare» in un social. Impressionante è la foto, pubblicata sui giornali, di un gruppo di turisti dell’Estremo Oriente che, in gondola a Venezia, invece di guardarsi in giro, sono chini sul proprio smartphone. Molti soldi spesi, un lungo viaggio aereo, per arrivare dove? A continuare a specchiarsi in se stessi. Le conseguenze psicologiche di questi comportamenti artificiali sulle persone sono evidenti. A rischio sono, soprattutto, i bambini, i nativi digitali, che sempre meno giocano con gli amici e parlano con i genitori, non alzando la testa dal telefonino, molto spesso, nemmeno per mangiare. Ci è capitato di vedere una nonna che consegnava al nipotino in culla uno smartphone da tenere incollato all’orecchio, perché solo così riusciva a tranquillizzarlo: le donne rischiano di perdere persino un sapere congenito, come quello di cullare un bebè. Al ristorante quante coppie abbiamo notato continuare a compulsare distrattamente il cellulare, anziché guardarsi in faccia. Sul lavoro succede che si alzino gli occhi dallo schermo di un computer per rituffarli subito in quelli di uno smartphone o di un tablet. Riprendere a conversare, a partire dalla famiglia, rappresenta il primo passo, fondamentale, per la salvaguardia dei più essenziali valori umani.

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