L’agricoltura come antidoto al cambiamento del clima

L’agricoltura come antidoto
al cambiamento del clima

L’agricoltura contribuisce al cambiamento climatico e, a sua volta, ne subisce gli effetti, ma è l’unica delle attività umane che non solo può produrre gas serra, ma può anche assorbire anidride carbonica. Una coltura di mais produce lo stesso benefico di un bosco. Per questo bisogna fermare il consumo del suolo.

La produzione agricola può far parte dello sforzo per contrastare il cambiamento climatico in tre modi principali: riducendo le proprie emissioni di gas; aumentando la funzione di assorbimento del carbonio nel suolo agricolo; contribuendo alla creazione di energie rinnovabili e prodotti biologici.

L’agricoltura contribuiva al 10 per cento delle emissioni di gas serra provenienti dall’Unione Europea nel 2012. Una diminuzione significativa del numero dei capi di bestiame, un più efficiente ricorso ai fertilizzanti e a una migliore gestione del letame hanno contribuito alla riduzione delle emissioni del 24 per cento tra il 1990 e il 2012. Tuttavia, nel resto del mondo l’agricoltura si sta muovendo nella direzione opposta: infatti, tra il 2001 e il 2011, le emissioni globali provenienti dall’agricoltura e dal bestiame sono cresciute del 14 per cento. Intanto, in linea con l’incremento della popolazione previsto, si stima che la domanda di prodotti alimentari subirà un aumento fino al 70 per cento nei prossimi decenni.

Nell’Europa settentrionale la produttività agricola potrebbe crescere grazie al prolungamento della stagione generativa e del periodo in cui il suolo è libero dai ghiacci, consentendo anche la coltivazione di nuovi prodotti. Nell’Europa meridionale, invece, le ondate di calore estremo e la riduzione delle precipitazioni e dell’acqua disponibile influiranno negativamente sulla produttività agricola, che sarà sempre più variabile di anno in anno, a causa di eventi meteorologici estremi e di altri fattori, come la diffusione di parassiti e di malattie.

Sulle emissioni di gas serra e il consumo di acqua, alcune produzioni alimentari hanno un effetto superiore ad altre. L’uso imponente di semi e di tipi di produzione agricola e animale massificati e omogenei in tutto il mondo, se è comodo per i cicli industrializzati, ha un impatto drammatico sul clima. Se ci fosse un maggior rispetto della biodiversità, si userebbero semi autoctoni, con minori emissioni e minor consumo di acqua, e ci sarebbe minor trasporto dai luoghi di produzione a quelli di consumo. La Fao indica di intervenire proprio sul ciclo dell’agricoltura per mitigare il surriscaldamento del pianeta: un obiettivo raggiungibile valorizzando le biodiversità locali e recuperando le conoscenze tradizionali, per esempio dei piccoli produttori, molto più saggi delle multinazionali che, invece, guardano ottusamente soltanto ai volumi prodotti.

La dieta mediterranea è patrimonio dell’umanità dell’Unesco non solo perché fa bene alla salute, ma perché contiene l’impronta ecologica, cioè quello che chiediamo al territorio ed emettiamo in risorse non facilmente smaltibili. La politica deve rendere più facili le scelte salutari. Ora, purtroppo, quelle più semplici non lo sono, né per l’individuo, né per il benessere del pianeta. Nel mondo si stanno verificando pesanti stratificazioni su base culturale ed economica riguardo alla fruibilità del cibo sano, più accessibile per i ricchi. Diabete, obesità, malattie cronico-degenerative hanno una maggior incidenza tra le persone più disagiate dal punto di vista economico e culturale.


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