L’era degli «amici» virtuali e il ministro per la solitudine

L’era degli «amici» virtuali
e il ministro per la solitudine

Non si è mai avvertita come languente l’amicizia autentica così come in questa era degli «amici» virtuali di Facebook. Già Aristotele ricordava come l’amicizia sia quanto di più necessario esista alla vita, perché è la partecipazione solidale di più persone ad atteggiamenti e valori determinati. L’amicizia implica sollecitudine, cura, pietà, è l’essenza dei rapporti umani come tali, un bene per sé, non per un’utilità materiale.

Com’è noto, la premier britannica, Theresa May, ha nominato un «ministro per la Solitudine», per affrontare quella che definisce «la triste realtà della vita moderna». Stando alla Croce Rossa britannica, infatti, sono oltre 9 milioni le persone, su una popolazione di 65,6 milioni, che dichiarano di essere «sempre o spesso sole». Questa decisione politica viene proprio dal Paese dove, nel 1987, Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, affermò: «La società non esiste. Esistono gli individui».

Nell’ultimo decennio la digitalizzazione pervasiva della vita, compiuta da smartphone e social, ha accelerato la mutazione antropologica in atto. La questione dell’aspro individualismo e dell’intero tempo assorbito prima dalla scuola, poi da un lavoro molto competitivo, preoccupa, in particolare, i vescovi del Giappone. È il Paese dov’è nato, fin dalla seconda metà degli anni Ottanta, il fenomeno degli «hikikomori», gli adolescenti che scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, un disturbo diffusosi, in tempi più recenti, negli Stati Uniti e in Europa. Come possono testimoniare molte famiglie, anche nella nostra provincia. Monsignor Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo e presidente della Caritas, denuncia l’alto numero di suicidi che, ogni anno, si registra in Giappone e, tra le ragioni, individua «la mancanza di relazioni interpersonali e lo sviluppo tecnologico esasperato».

Anche in Italia la scuola si concentra sulla formazione intellettuale, trascurando totalmente quella affettiva: siamo convinti che si debba imparare in qualsiasi ambito del sapere, mentre, nel campo dei sentimenti, lasciamo che tutto sia spontaneo.

Nell’età adulta, poi, l’individualizzazione degli inevitabili conflitti sociali rischia di portare a combattere, constatando l’impossibilità di trovare una risposta alle proprie insoddisfazioni, una guerra «privata» contro tutto e tutti. Risulta sempre più difficile congiungere i frammenti della vita, sia sul piano professionale sia su quello esistenziale. Di fronte alla super offerta di stimoli e alle complicazioni che ci piovono addosso, ci scopriamo tutti esausti e inermi, aspirando a un qualche sollievo, che non sappiamo bene dove poter trovare. Pare che solo le tecnologie digitali si candidino a prendersi cura di noi e di ogni nostra attività. Ormai si può trovare una «app» per ogni genere di necessità: basti pensare come i nostri telefonini si siano riempiti di miriadi di icone colorate, per lo più scaricate e mai utilizzate dopo la prima volta. L’uso incauto di smartphone e computer finisce, però, per schiacciarci in un eterno presente, senza spessore né legami con il passato e con la memoria, la nostra autentica identità.

Non è questa la via d’uscita dall’isolamento dagli altri e dalle difficoltà di comunicazione. Si devono salvaguardare gruppi, associazioni, movimenti e si può tornare a coltivare anche la semplice conversazione, costitutiva della stessa natura umana, pur consapevoli che il cristianesimo ci insegna che il cuore dell’uomo resterà, comunque, anche quando sembra felice, sempre nell’attesa di Altro.


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