L’ultima neve di primavera
Sulle Orobie, il 5 maggio scorso, sono caduti fino a 15 centimetri di neve. Per i prossimi giorni è previsto ancora tempo instabile e fresco (Foto by Mirco Bonacorsi)

L’ultima neve
di primavera

Confondendo il tempo meteorologico con il clima, un errore paragonabile alla non comprensione della differenza tra giorni e secoli, gli inguaribili ottimisti del «tutto va bene» riprendono fiato quando c’è un’estate fresca, un autunno piovoso oppure una nevicata fuori stagione. A fronte di una consistente riduzione dei ghiacci su tutta la Terra, la voglia di liberarsi dal pensiero della crisi climatica e di giustificare la nostra colpevole inazione è così forte che basta un dato isolato per dimenticare l’andamento generale: il riscaldamento inarrestabile.

L’Italia e il Mediterraneo, in particolare, sono una delle aree dove il clima sta cambiando più che altrove. Gli inverni sono diventati più miti. Poi, però, arriva l’ondata di gelo fuori stagione, che rischia di essere ogni volta di portata storica. La crisi climatica è dovuta al riscaldamento globale, provocato dalle emissioni antropiche di gas serra dalla rivoluzione industriale in poi. Nell’aria c’è una maggior quantità di energia disponibile, più carburante per i fenomeni atmosferici, che si nutrono di calore. Per questo motivo, i temporali sono più violenti, le piogge più intense, i fulmini più frequenti, le grandinate più numerose e devastanti. Le nevicate arrivano fuori stagione perché la minor differenza termica tra Polo Nord ed Equatore e il caldo anomalo favoriscono la divisione del vortice polare, con pesanti ripercussioni sulla circolazione generale dell’atmosfera. I fronti freddi, quando arrivano nel Mediterraneo, devono fare i conti con mari già più caldi del solito, che forniscono maggiore energia ai fenomeni meteo.

Il riscaldamento globale è la grande questione di questo secolo. L’anno scorso ventimila scienziati hanno firmato per chiedere ai governi la riduzione delle emissioni di gas serra. Mai nessun documento, nella storia dell’umanità, è stato firmato da un tale numero di scienziati. Le conferenze dell’Onu sul clima si tengono dal 1992. Nel 2015, all’Accordo di Parigi per tagliare le emissioni e contenere l’aumento della temperatura globale, hanno aderito 195 Paesi. Nello stesso 2015 Papa Francesco ha scritto l’enciclica «Laudato si’», sollecitando la conversione ecologica e rilevando come le conseguenze maggiori dei cambiamenti climatici ricadano già sulle popolazioni più povere. Nei prossimi decenni dobbiamo rottamare l’attuale sistema energetico, basato sulle fonti fossili, e costruirne uno nuovo, fondato su efficienza ed energie rinnovabili.

Nel mondo politico è stato ormai quasi del tutto arginato il nefasto negazionismo, che ha costretto l’umanità a perdere tempo preziosissimo. L’eccezione, notevole, è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Molti Stati e città americane, però, hanno avviato ugualmente politiche serie per contrastare i cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti, inoltre, forniscono un contributo fondamentale alla scienza del clima, con alcuni tra i principali centri di ricerca e la maggior percentuale degli autori dei rapporti dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che, nell’ottobre scorso, ha lanciato l’ultimo grido d’allarme: agli attuali ritmi di emissioni di gas serra, entro il 2030 – tra poco più di dieci anni! – l’aumento della temperatura media globale sarà superiore agli 1,5°C, ritenuti la soglia massima di sicurezza per avere effetti contenuti e gestibili. La conseguente acidificazione degli oceani può compromettere irreparabilmente gli ecosistemi marini. Nel caso di Trump si possono intuire ragioni di natura economica e finanziaria, connesse all’industria delle fonti energetiche fossili, così come per Russia, Arabia Saudita e Kuwait, gli altri Paesi che rallentano le politiche di contrasto alla crisi climatica. L’Italia, non essendo, notoriamente, un Paese produttore di petrolio, gas e carbone, può trarre solo enormi vantaggi, non solo ambientali ma anche economici, dal passaggio alle fonti rinnovabili, ricca com’è di sole e, in molte aree, anche di vento.

Il mondo dell’informazione ha il dovere della correttezza professionale e dell’obiettività. Tra i giornali italiani, purtroppo, persistono tre o quattro testate che continuano a raccontare frottole. Le parole sono pietre, come scriveva Carlo Levi. I cambiamenti climatici non sono un’opinione. Sono un dato scientifico. Non essendoci, in Italia, motivi economici per difendere le fonti fossili, solo esibizionismo, narcisismo, ricerca della visibilità, o magari pigrizia, possono spiegare le posizioni ancora reiteratamente negazioniste di quelle testate. Spesso, su questo fronte, si ricorda ancora un discorso di Carlo Rubbia al Senato nel 2014. Il Nobel italiano, in realtà, non ha mai sostenuto che il riscaldamento globale non sia collegato all’aumento di anidride carbonica: anche nell’intervento in Senato termina proponendo una propria idea per produrre combustibili senza emissioni. Sembra evidente che non si propone una soluzione a un problema se non si pensa che questo sia reale. Rubbia, in un’intervista concessa quest’anno a una rivista di divulgazione scientifica, ha dichiarato: «Non possiamo continuare a generare energia producendo anidride carbonica, responsabile dei cambiamenti climatici. Non c’è più spazio per il carbone, anche se conveniente economicamente, è un problema per gli effetti sul clima. È necessario agire subito per perseguire l’obiettivo di produrre energia in modo pulito, per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera». I giornalisti ascoltino gli scienziati.


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