Terza Repubblica? No, è sempre la Prima
Un'immagine del Palazzo del Quirinale

Terza Repubblica?
No, è sempre la Prima

L’Italia, nonostante le apparenze, è ancora nella Prima Repubblica. I termini Seconda e Terza sono formalmente scorretti, perché, per la Seconda, si considera come elemento di discontinuità storica la trasformazione politica avvenuta durante il biennio 1992-1994, che non si risolse, però, in un cambiamento costituzionale, ma solo in un profondo mutamento del sistema elettorale. Questo accadde in seguito ai referendum per la preferenza unica e per il maggioritario e poi al crollo dei partiti tradizionali, a causa dell’inchiesta «Mani Pulite».

Sul modello della Francia, arrivata alla Quinta dall’ormai lontano 1958, anche in Italia abbiamo creduto di avere attraversato una Seconda Repubblica. Poi di essere stati sulla soglia della Terza, prima nell’occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che, bocciato dagli elettori, prevedeva, tra l’altro, il superamento del bicameralismo paritario di Camera e Senato e la riduzione del numero dei parlamentari. Oppure pensiamo di essere entrati nella Terza in questi giorni, dopo i risultati delle ultime elezioni. In realtà, il cardine normativo del nostro sistema politico resta la Costituzione in vigore dal 1º gennaio 1948: le funzioni del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio non sono state, in oltre settant’anni, realmente modificate. Da De Nicola a Mattarella c’è continuità: restiamo una Repubblica parlamentare e non siamo mai diventati, per esempio, una Repubblica presidenziale o federale. È un fatto storico incontestabile.

La legge elettorale del 1946 di tipo proporzionale, abrogata dopo il referendum del 1993 e sostituita dalla legge Mattarella (nota come «Mattarellum» e scritta proprio dall’attuale presidente), in vigore fino al 2005, era prevalentemente maggioritaria e tendeva allo scontro tra due blocchi. Con quella del 2005, la legge Calderoli, entrò in vigore – malgrado il referendum del ’93 – un sistema proporzionale, corretto con un premio di maggioranza, attribuito su base regionale al Senato, e privato del voto di preferenza. Questa legge ha regolato le elezioni politiche del 2006, 2008 e 2013, le ultime tre prima di quelle del 4 marzo scorso. Nel 2013 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della legge Calderoli, proprio in riferimento al premio di maggioranza e all’impossibilità, per gli elettori, di fornire una preferenza. Anche della successiva riforma elettorale approvata dal Parlamento, il cosiddetto «Italicum», è stata decisa l’illegittimità costituzionale, a causa del turno di ballottaggio. Quest’ultimo bocciato, in particolare, perché, semplificando, avrebbe potuto concedere un premio di maggioranza anche a chi non avesse ottenuto il numero sufficiente di voti per meritarselo. Il ballottaggio è ammesso per l’elezione dei sindaci – che prevede il doppio turno nei Comuni con più di 15 mila abitanti – perché alle amministrative il voto avviene in maniera diretta, una situazione differente – recita la Corte – «dalla forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione a livello nazionale». Il 4 marzo scorso si è votato con la legge elettorale del 2017, chiamata «Rosatellum», dal nome dell’ideatore, Ettore Rosato, parlamentare del Pd.

L’Istituto Cattaneo di Bologna ha dimostrato come, con i risultati del 4 marzo, sarebbe stato difficilissimo trovare una maggioranza parlamentare anche con gli altri sistemi elettorali. La legge Calderoli, portando a una coalizione di centrodestra ancora senza maggioranza al Senato, per oltre venti seggi, avrebbe reso indispensabili larghe intese, com’era già successo nel 2013. Con l’«Italicum» la maggioranza sarebbe stata assicurata al vincitore del ballottaggio – giudicato, però, incostituzionale – tra centrodestra e Movimento 5 Stelle. Anche il cosiddetto «Consultellum», la legge di impianto puramente proporzionale conseguente alla dichiarazione di incostituzionalità della Calderoli e superata dal «Rosatellum», non avrebbe modificato l’esito del voto in modo significativo.

In sintesi, in uno scenario come quello a cui siamo di fronte, peraltro non così diverso da quello di molti altri Paesi europei, se non si scrive una legge elettorale che garantisca la governabilità, non resta che la strada degli accordi tra i gruppi parlamentari, come è accaduto, per la terza volta consecutiva, nei giorni scorsi in Germania con la «grande coalizione» tra Cdu-Csu e Spd.

In Francia, invece, al primo turno, Macron aveva preso il 24 per cento: il successivo ballottaggio, su base nazionale, l’ha portato alla presidenza della Repubblica con una maggioranza molto ampia, del 66 per cento. Ha vinto, poi, con una coalizione, anche il secondo turno della successiva tornata elettorale per l’Assemblea nazionale.

Quale sia la legge elettorale per assicurare all’Italia la governabilità resta un rebus.

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