Sabato 18 Agosto 2012

La saga dei Vergottini
parte da Bergamo

Avevano un negozio in Galleria Fanzago, in centro a Bergamo, e qui si riuniva la “Bergamo bene” a farsi fare onde e arricciature. Siamo alla fine degli anni '40 e già a quell'epoca il cognome Vergottini era sinonimo di moda e intraprendenza: “Fare i capelli da nonno Giovanni, insieme a zia Lina e zio Celeste, la mente della famiglia, era un modo per accelerare i tempi”. A ricordare gli inizi di quella che è la dinastia dei parrucchieri più famosa d'Italia (il Daily Mirror li definì “i migliori parrucchieri del mondo”) è Jill Vergottini che, tra aneddoti e tanti ricordi, ora che è rimasta solo lei a scolpire volti con sulle spalle un cognome di gran prestigio, ha deciso di raccontare la saga familiare e il rapporto - tanto amato ma anche tenuto – tra parrucchiere e cliente. In “Mi raccomando la frangia” (Add Editori) si scopre così che gli ideatori del “casco d'oro” di Caterina Caselli così come dell'indissolubile e storico taglio di Raffaella Carrà sono menti e mani che dal 1946 al 1962 hanno tagliato, pettinato e modellato le teste della Bergamasca. “Originario del Lecchese, già dopo la prima guerra mondiale mio nonno Giovanni aveva affittato una poltrona a Bergamo – racconta Jill -. Un tempo si faceva così: non c'erano i soldi per comprarsi il negozio e si affittava la “seduta” da un parrucchiere già avviato”.

Dopo anni di lavoro a Genova, a Bergamo Giovanni ritorna nel '46. “Prima zio Celeste affitta una poltrona, poi fa un prestito e con gli altri parrucchieri di famiglia apre in Galleria Fanzago”. La voce si sparge subito, e i Vergottini diventano famosi nella Bergamo che conta per le idee innovative e “perché già a quegli anni i miei parenti facevano lo studio del capello e della cute”. E poi c'erano quelle brocche di rame che tanto facevano parlare: “I Vergottini hanno sempre lavato i capelli usando questa tecnica – racconta Jill -. I capelli soffrono il getto della doccia, l'acqua va versata delicatamente da una brocca o da una ciotola in rame, che è un batteriostatico e quindi inibisce la formazione dei batteri rendendo i capelli anche più lucenti”. Un metodo che destava stupore nel '46, mentre Celeste faceva avanti e indietro da Londra e Parigi portando tagli nuovi, e zia Lina che da bambina faceva suonare le chiavi contro le cancellate per tenersi sveglia quando i genitori all'alba la mandavano a tirare su la saracinesca del negozio di Genova. “Mio nonno tagliava i caschetti già nel '22 – continua Jill -: restio alle acconciature, è stato tra i primi a testare la permanente a caldo e a fare le prime frangette”. Perché è alla fine degli anni Venti che le donne si liberano dalle costrizioni del passato, socialmente ed esteticamente. “A quei tempi è nato il “Bob Style”, bisnonno dell'attuale caschetto – spiega -: una forma geometrica generalmente permanentata e ondulata. Poi c'è Louise Brooks, attrice americana del cinema muto, a portarlo liscio. Fu lei fonte d'ispirazione per la mia famiglia”. Che a Bergamo riscuote un successo inaspettato, ma qui non si ferma: il 2 ottobre 1962 i Vergottini aprono con una cambiale da 100 milioni un negozio in via Montenapoleone dove hanno sconvolto il modo di fare i parrucchieri, trasformando il negozio in un salotto, arredato Cassina, e dove le cotonature degli anni Sessanta sono state sforbiciate in un baleno, a colpi anche di rasoio, per tagli geometrici e spesso asimmetrici che venivano rifiniti dall'abile zio Celeste, capace di una perfetta sfumatura a forma di “v”, abilità acquisita dopo che per anni aveva rasato le nuche nel negozio di barbiere dove aveva lavorato da giovane. “Ma Bergamo non l'abbiamo mai abbandonata veramente: le clienti ci seguirono e continuammo a curare le teste dell'imprenditoria bergamasca e delle loro signore – continua Jill -. Dal 1964, poi, con la mia famiglia trascorrevo i finesettimana sotto i colli bergamaschi, a casa di Bruno Salvi, caro amico di famiglia”. Un legame con la nostra terra indissolubile: “Nel 1972 comprammo casa a Cicola, frazione di Chiuduno: mio padre la chiamò “Chateaux Vergottin maison fondè” e qui facevamo il vino e il salame”.

E se Bergamo va a Milano a farsi tagliare “alla Vergottini”, un membro della famiglia Vergottini si trasferisce da noi: “Negli anni 70 mia zia Milly divenne il braccio destro del celebre parrucchiere bergamasco Marcus, che aveva un negozio nelle vicinanze del Cristallo Palace, portando lo stile Vergottini che proprio in quegli anni andava per la maggiore”. Dalla fine degli anni Sessanta il caschetto esplode con, nel 1966, Caterina Caselli che a Sanremo canta “Nessuno mi può giudicare” sfoggiando un'acconciatura geometrica bionda. Quel taglio, che la portò il soprannome di “Casco d'oro”, era stato ideato per lei proprio dai Vergottini che si inventarono anche la pettinatura di Loretta Goggi ne “La freccia nera” mentre la Carrà e il suo biondissimo caschetto ballavano a “Canzonissima 70” con tanto di ombelico scoperto. Un'apoteosi, ma anche e soprattutto una rivoluzione culturale: sono i primi tagli facili, quelli da rifare comodamente a casa, senza cotonature o bigodini, quelli per le donne che lavorano e hanno molti impegni.

E Jill ha assaporato quell'atmosfera: “I Vergottini “vivevano” in Rai, tra Walter Chiari e Sylva Coscina, tra Lando Buzzanca e Bice Valori – ricorda -. I rapporti erano familiari, l'atmosfera stimolante: mi svegliavo di notte e trovavo Tony Renis che suonava la chitarra. Giocavo nei corridoi del Piccolo Teatro mentre Strehler faceva le prove: sono stati anni meravigliosi”. Lei però di fare la parrucchiera neppure ci pensava: “Volevo diventare hostess – racconta – e tutti in famiglia mi guardavano con aria corrucciata. Poi la passione per questo lavoro è arrivata gradualmente, passo dopo passo”. Non poteva che essere così, con Jill che rammenta il passato: “Credo di ricordare l'odore delle tinte e della lacca – scrive nel suo libro – prima ancora di quello dell'aria, un misto di fragranze affascinanti per una bambina curiosa come me. Poi eccola nel mondo dei tagli e dei colori, tra soubrette e comici, tra cantanti e presentatori. Un mondo, quello di Sanremo e del Varietà che però non esiste più: “Ora i rapporti si sono fatti più complicati, troppa burocrazia, troppe prime donne. Anche per questo che ho chiuso l'insegna di famiglia, girando di città in città dove sono richiesta”. Una sorta di “poltrona in affitto”, come negli anni '40, tenendo a mente quello che le diceva zia Lina negli ultimi suoi anni in Montenapoleone: “Mi parlava del nonno che in guerra usciva per andare a tagliare i capelli di casa in casa e tornava con un pollo o un chilo di farina. Si faceva di necessità virtù e noi Vergottini abbiamo sempre cavalcato l'onda, inseguendo i sogni delle nostre clienti e mettendoci in gioco con la voglia di osare”. E Jill segue gli insegnamenti di famiglia: “Spesso capita di dover spiegare che il famoso caschetto non sta bene a tutti, così come capita di dover sostenere il peso del mio cognome”. Che non fa miracoli: “Non sempre si hanno teste meravigliose: compito del parrucchiere e spiegare come arrivarci”. Parrucchiere, non hair stylist mi raccomando: “Mi vien da ridere sentendo questi nomi altisonanti – dice ancora Jill -. Siamo parrucchieri, con grande fierezza ma anche semplicità”. Pur sapendo che con quelle forbici si è padroni dello sguardo altrui. E se c'è la frangia, elemento senza tempo, sembra che nessuno ci possa resistere

Fabiana Tinaglia

fa.tinaglia

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