La stilista bergamasca Facchinetti
veste l’opera di Verdi in Svizzera

La stilista bergamasca Alessandra Facchinetti nella veste di costumista: «Una passione e il sogno che si avvera».

Energica, entusiasta, con una gran voglia di vedere quegli ottanta abiti salire sul palco del Teatro dell’Opera di San Gallen. Nuova avventura per Alessandra Facchinetti: la stilista bergamasca ha disegnato i costumi per il Don Carlo di Giuseppe Verdi che andrà in scena sabato 27 ottobre in Svizzera per la regia di Nicola Berloffa. «È stato proprio lui a propormi questo progetto - spiega Alessandra - e lo ha fatto in un periodo in cui ero alla ricerca di nuovi stimoli. Ci siamo incontrati alla sua Madama Butterlfy di Macerata e abbiamo iniziato a parlane. Da sempre sono molto legata al mondo del teatro e della musica, così come del cinema, e prima o poi volevo «vestire» il ruolo della costumista. Ora che è successo, a maggior ragione, cercherò di farlo ancora. Lo considero un percorso parallelo al mio lavoro nella moda: ciascuna di queste esperienze nutre e arricchisce l’altra». Soprattutto quando la mente e l’animo creativo sono ricettivi: «La proposta di collaborazione mi ha colto in una fase importante della vita: nel momento migliore, quando tanta era la voglia diversificare. E questa voglia di fare è stata esaudita, realizzando il sogno di fare la costumista e soprattutto di farlo con la giusta maturità».

Sorride Alessandra, e non sta nella pelle per un debutto che ha voglia di vivere e di raccontare. Berloffa ha voluto proprio lei perché trasmettesse le atmosfere di lusso e decadenza descritte nel Don Carlo anche attraverso gli abiti indossati dagli interpreti, un cast internazionale di cui fanno parte, tra gli altri, Alexandrina Pendatchanska, Nikolay Borchev, Tareq Nazmi, Alessandra Volpe.

Riflettendo sulla psicologia dei personaggi verdiani, la Facchinetti ha lavorato un anno tra ricerche storiche e fotografiche, incontri con il regista, lo scenografo, i cantanti. E poi c’è stata la parte creativa con i bozzetti, le analisi dei tessuti, le riunioni e prove: «Ho avuto la libertà di interpretare la storia sulle direttive del regista e dei protagonisti con cui ho continuato a confrontarmi e interagire. Sono stata travolta dalla passione per questo mondo che mi ricollega alla famiglia: penso ai miei nonni appassionati di opera, e a un mondo musicale che è nel mio dna, passando dal pop e arrivando fino al rap – sorride -. Da mio padre Roby a mio fratello Francesco, diciamo che in casa non ci facciamo mandare nessun genere musicale».

I costumi per questa nuova avventura del Don Carlo sono stati realizzati nell’atelier del Teatro di San Gallen: ci sono divise, marsine e mantelle elaborate per gli uomini, abiti sontuosi per le donne. Abiti austeri come è austero il dramma che racconta Verdi. «Tutti gli jacquard di seta li ho sviluppati in esclusiva grazie ad una delle migliori aziende di Como - spiega -. Tantissimo il velluto utilizzato e ovviamente, essendo a San Gallen, ho lavorato con una delle aziende più importanti di pizzi, la Forster Rohner, che da sempre collabora per l’alta moda: con questa realtà ho collaborato per realizzare due dei vestiti per la regina Elisabetta, in particolare uno in sangallo di velluto nero, per l’ultimo atto». Nella scelta dei colori, è particolarmente sottolineata la lettura preziosa del Don Carlo: sono tonalità cupe e solenni, che vanno dal prugna al verde petrolio. Tra le scelte, rigorose ma anticonvenzionali, il marrone e il nero indossati da re e regina nella scena dell’incoronazione. «Ringrazio molto Nicola Berloffa per avermi dato questa opportunità e avermi guidato - continua la bergamasca -. Ammiro la sua visione contemporanea ma al tempo stesso rispettosa dell’opera. Abbiamo avuto un bellissimo scambio professionale».

Un’esperienza complementare a quella della moda: «Con il teatro c’è la magia della storia che nasce e si sviluppa attraverso la musica. I costumi hanno richiesto ricerca, studio, continue prove e un contatto umano, diretto, con chi i miei abiti li ora li indosserà e interpreterà. E viceversa. In un fashion system sempre più «mordi e fuggi», che si consuma alla velocità di una stagione, il palcoscenico mi ha invece permesso di creare un progetto più concreto, con continui confronti con la storia e i suoi personaggi, in un percorso psicologico e sociologico».

Un percorso fatto anche su se stessa: «L’opera ha l’effetto di trascinarti in un turbine di emozioni, ha tirato fuori passioni e ricordi - continua -. Nell’opera c’è tutto: verità e finzioni, gioie e drammi, incredibili avventure. La musica guida il tutto». E Alessandra ha preso spunto dal suo stile creativo essenziale e raffinato, intelligentemente calibrato da un’eleganza pulita, mai gridata, sempre chic, per vestire questa grande opera verdiana.

Che non sarà l’ultima: «Perché voglio continuare a fare tutto questo, ma senza lasciare la monda, assolutamente – avverte -. Ora sono ancora in una fase mondo ricca di stimoli e sto valutando un po’ di proposte, di progetti che mi rivedranno stilista». In particolare un progetto che però è ancora top secret, mentre la bergamasca continua a lavorare e a viaggiare: «Molto, come sempre, e sempre più spesso in Asia: è un mondo ricco di energia e stimolante per la moda» spiega.

Lei di stimoli si nutre, ripete, mentre aspetta la prima di sabato e garantisce: «Arriverà tutta la famiglia, anche da Bergamo». Con una speranza, proposta: «Nell’idea di proseguire con il lavoro di costumista , e sapendo che Bergamo avrà un nuovo Donizetti, chissà che lavori nel teatro della mia città, un giorno. «Vestire» Bergamo sarebbe una nuova avventura e una prima volta stilistica nella mia terra».

© RIPRODUZIONE RISERVATA