A 26 anni ricoverato per il Covid
Ora conquista il record in bici

Matteo Bosso, di Calusco, a 26 anni è stato uno dei più giovani ricoverati a causa del coronavirus. Si è ripreso e ha fatto una scalata no stop di 16 ore.

La malattia come occasione di riscatto. Come opportunità per riflettere e realizzare i propri sogni. Perché se c’è una cosa che l’isolamento di questi mesi ci ha concesso più di tutte è il tempo per pensare. Matteo Bosso, 26 anni, di Calusco d’Adda, un lavoro nel settore marketing alla Same di Treviglio e una grande passione per la bicicletta, nel Covid ha trovato la forza per vincere la sua sfida: ‹‹Il mio sogno nel cassetto era l’Everesting – racconta –. Si tratta di una sfida ciclistica che prevede di coprire lo stesso dislivello ascensionale dell’Everest, 8.848 metri, ripetendo più volte la stessa salita. Prima della malattia pensavo fosse una sfida irrealizzabile, ma poi ho capito che potevo e dovevo provare››.

Matteo accusa i sintomi tipici il 9 marzo. Il ricovero è inevitabile. Fortunatamente risponde bene alle cure e dopo una settimana al Papa Giovanni viene trasferito per altri sette giorni in una Rsa. Poi viene dimesso e comincia l’isolamento fiduciario a casa: ‹‹Fino a Pasqua sono rimasto da solo in taverna – continua –. Avevo a disposizione il tapis roulant e i pesi e quando ho capito che la malattia non aveva lasciato strascichi, ho ripreso ad allenarmi. Avevo bisogno di fare qualcosa per me stesso. Dopo tre settimane a letto, avevo voglia di rifarmi. Probabilmente senza la malattia non avrei mai tentato››. Accanto a lui, a supportarlo, la fidanzata Ilenia e gli amici e ciclisti esperti, Marco e Simone, che lo hanno affiancato nella preparazione. Matteo si svegliava alle 3 di notte per raggiungere in auto la Valtellina e pedalare in sella alla sua Bianchi sui Passi Gavia, Stelvio, Bernina. Il suo Everest, invece, è stato la salita che da Sant’Omobono sale al laghetto del Pertüs. ‹‹Sono partito con Simone a mezzanotte. Abbiamo lasciato l’auto in fondo alla discesa e poi ho fatto su e giù per 11 volte. Ho impiegato 16 ore e mezza››.

A incoraggiarlo tanti amici e ciclisti che non l’hanno mai lasciato solo: ‹‹Prima mi affiancava uno, la volta dopo un altro. Mi fermavo solo per pause di un quarto d’ora, ma non sempre perché volevo ultimare la sfida il prima possibile. Durante le ultime due salite ero molto provato. Avere accanto persone che m’incoraggiavano ha fatto la differenza››. Come lo sport ha fatto la differenza nel vincere la malattia: ‹‹Essere uno sportivo e seguire uno stile di vita sano mi ha aiutato a non riportare conseguenze. La testa ha fatto il resto››. Sfida che però non intende ripetere: ‹‹Voglio che quel giorno resti unico››. Non dover andar per forza veloce, ma godersi il momento e la bicicletta: il ciclismo resterà questo per Matteo, che lancia un monito ai suoi coetanei: ‹‹In ospedale ero il più giovane tra i malati di Covid – conclude -, ma le cose sono cambiate. Nessuno è immune. Ne sono la prova vivente. Io ero una persona giovane e sana, ma ho avuto paura››.

© RIPRODUZIONE RISERVATA