Accesa la miccia di una guerra europea

Quello a cui abbiamo assistito nelle ultimissime settimane, quanto alla guerra in Ucraina, è un drammatico chiarimento degli obiettivi e delle posizioni. La Russia ha fatto capire qual è il suo vero obiettivo: conquistare e prendere sotto controllo (con un’annessione diretta o attraverso una serie di governi fantoccio e pseudo-repubbliche) tutta la parte Est dell’Ucraina, da Nord a Sud, dalla Bielorussia alla Moldavia, con ciò che questo comporta in termini strategici ed economici. Basta pensare, per fare un solo esempio, ai 5 milioni di tonnellate di grano bloccati nei porti ucraini, ora occupati o assediati dai russi: una risorsa importante in meno per l’Ucraina, una leva internazionale in più per la Russia.

Le operazioni militari russe procedono in quel senso, e sono diventate più ciniche e astute: meno avanzate improvvisate, più bombardamenti sulle strutture vitali dell’Ucraina. Una tattica che, ovviamente, mette ancora più rischio i civili: l’Onu ci informa che le morti verificate (ovvero quelle che hanno un nome e un cognome, mentre le morti effettive potrebbero essere molto più numerose) sono ormai 3.153. Anche dall’altra parte, però, si sono chiariti scopi e obiettivi.

Gli Usa e l’Europa ora non puntano più a sorreggere l’Ucraina ma a sconfiggere la Russia. Con i quattrini, con le armi ma, a questo punto, anche e soprattutto con l’intelligence. Non è un caso se dal 24 aprile, giorno dell’affondamento dell’incrociatore russo «Moskva», si sono moltiplicati gli attacchi e gli attentati a strutture militari, laboratori di ricerca, depositi di carburante, non solo lungo il confine ma anche in pieno territorio russo. Per non parlare della vicenda del generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe, che gli ucraini hanno dato per ucciso o ferito in un loro attacco a Izyum, città occupata dai russi. Una serie di colpi che gli ucraini non avrebbero potuto portare da soli. Il nuovo orientamento occidentale è figlio, anche, della sorpresa per la resistenza del Cremlino, che per ora non cede alle sanzioni e al peso dello scontro ma, anzi, rilancia.

E lo dimostra pure un episodio tutto sommato secondario come l’intervista del ministro degli Esteri russo Lavrov a un’emittente italiana. C’è modo e modo di fare un’intervista, certo. Ma il tono delle reazioni (il rappresentante del Pd nel Copasir ha persino detto che l’intervista mette in pericolo la sicurezza nazionale) dimostra che anche noi ci sentiamo in qualche modo in guerra con la Russia. Siamo fuori dall’ambiguità dei primi tempi, quando punivamo i cittadini russi, tentavamo di abbattere l’economia russa con le sanzioni, armavamo i nemici della Russia, cercavamo fornitori in tutto il mondo per dismettere quelli russi ma pretendevamo di non essere «contro» la Russia bensì «per» l’Ucraina. Non a caso, per tutte queste considerazioni, oggi l’Unione europea discuterà di nuove sanzioni anti-russe che dovrebbero comprendere anche un embargo graduale nei confronti del petrolio di Mosca.

È una via di mezzo, un compromesso tra i timori della Germania, che alla fine si è allineata, e le pressioni della Polonia, che chiede da tempo un embargo immediato e totale su gas e petrolio. Possiamo edulcorarla in tanti modi, ma la sostanza è che l’Europa è in guerra con la Russia, anche se la forza combattente sono gli ucraini. Per essere ancora più precisi: la Russia, che era in guerra da tempo con gli Usa (in Georgia, Ucraina, Siria, Libia) ha acceso la miccia di una guerra europea che non poteva non allargarsi. E il Cremlino lo sapeva. Ma adesso, anche per noi, non c’è più spazio per parole al vento o errori di valutazione. Dobbiamo stare attenti.

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