Eutanasia a 17 anni
La storia di Noa

Si chiamava Noa Pothoven, aveva 17 anni. Ieri si è lasciata morire nel salotto di casa sua, ad Arnheim, in Olanda, con la mamma a fianco, e gli addetti di una clinica specializzata in eutanasia. Noa era una ragazza bella, con i capelli biondissimi, e una sicurezza di sé ben superiore alla media della sua età. A guardare le foto che ora circolano in modo invasivo e irriguardoso sul web, è difficile cogliere la forza del male che invece la stava divorando. Un male non fisico, ma psichico, che avrebbe avuto come scatenante una serie di violenze carnali subite tra i 12 e i 14 anni. Noa aveva anche combattuto, arrivando a scrivere un libro, pubblicato lo scorso anno, «Vincere o imparare», nel quale raccontava la sua lotta per superare i disturbi psichici. Non è quindi che mancasse di coraggio, se era arrivata a 16 anni a rendere pubbliche le sue traversie e le sue sofferenze. Ma il coraggio non è necessariamente uno strumento di vita. A volte può essere usato in senso opposto.

E così è accaduto a Noa che da dicembre ha iniziato a chiedere qualcosa che nelle logiche di una società normale viene considerato inaudito: ottenere la morte assistita, perché non si regge più il peso della sofferenza. In Olanda questo è possibile, perché la legge che autorizza l’eutanasia, prevede che anche un minorenne possa farne richiesta a partire dai 12 anni, dopo che un medico abbia certificato l’effettiva insostenibilità della sofferenza e la mancanza di speranze dal punto di vista sanitario. Oltre i 16 anni la legge prevede che non ci sia neppure bisogno del consenso della famiglia, che deve solo essere avvertita della volontà del o della giovane.

Certamente questa vicenda porta a chiedersi che tipo di civiltà sia quella di un Paese che rende legali percorsi come questi. La risposta non può essere che una: siamo di fronte ad una nuova forma di barbarie in guanti bianchi. Una barbarie disinvoltamente accettata e magari persino indicata come modello. Tuttavia pensare che tutto ciò è accaduto solo perché una legge drammaticamente lo ha permesso, è come liquidare l’altra parte della storia. Cioè liquidare il dolore che ha divorato la vita di Noa e le risposte che sono mancate alle domande suscitate da questo dolore. È un dolore che lei ha documentato con l’ultimo terribile post in cui ha annunciato la sua volontà e anche i tempi in cui sarebbe stata realizzata: entro 10 giorni. Noa ha raccontato dei suoi 30 ricoveri in centri specializzati «dove indossavo solo un abito di una stoffa che non si poteva strappare». Scrive che «dopo anni di battaglie, il combattimento è finito... Respiro ancora ma non sono più viva». E poi ancora: «Non cercate di convincermi che questo non è buono..., l’amore è lasciare andare».

È un ragionamento che segue una sua atroce logica. Un ragionamento spietato verso se stessa e che certamente solleva ancora una volta il tema della misteriosità del male. Ma poi la vicenda di Noa spinge a farci altre domande più semplici, più normali, in una parola, più umane: possibile che sulla sua strada non abbia trovato una persona che abbia detto un «no» dettato dall’amore? Possibile che tutti abbiano assistito con un fatalismo disperante al realizzarsi di quella volontà di farla finita? Noi leggiamo le sue parole che inevitabilmente ci colpiscono. Ma ancor più doloroso e assordante è il silenzio che le ha circondate. È l’accettazione supina con cui un pezzo di società ha lasciato che le cose andassero in questo modo. Nessuno può giudicare il cuore che immaginiamo chissà quanto straziato di quella madre che ha dovuto e voluto stare al fianco della figlia, dopo non essere riuscita a salvarla dal suo dolore. Ma non arrendiamoci all’idea che la vicenda di Noa poteva avere un diverso destino.

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