Il diritto a darsi la morte, una sconfitta

Il diritto a darsi
la morte, una sconfitta

La sentenza era un po’ nell’aria, dopo che il Parlamento per un anno ha tergiversato senza affrontare la questione. Lo stesso avvocato generale dello Stato, Gabriella Palmieri, rappresentante del governo non aveva chiesto ulteriore tempo per permettere al Parlamento di affrontare finalmente la delicatissima materia del suicidio assistito. Solo la Chiesa, in particolare per voce del presidente della Cei Gualtiero Bassetti, aveva ribadito con forza che la materia poteva essere affrontata solo in sede parlamentare, tra i rappresentanti del popolo.

«Se invece interverrà la Consulta, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo», aveva ammonito Bassetti. E questo alla fine è accaduto. La Corte Costituzionale, dopo una lunghissima camera di consiglio, infatti ha deciso di decidere. E come prevedibile ha aperto una breccia nella direzione della possibilità di procedere con il suicidio assistito, vincolata a condizioni molto chiare e circoscritte. La Corte in questa sua scelta, per altro molto combattuta al suo interno, è stata facilitata dalla pronuncia del Comitato nazionale di bioetica che nel luglio scorso aveva distinto tra suicidio assistito ed eutanasia, sostenendo che depenalizzare il primo non significava legittimare la seconda: una pronuncia dalla quale avevano preso le distanze gli esponenti cattolici del Comitato.

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