Istituzioni e cittadini
Quel filo spezzato

Un filo spezzato. Così oggi appare il rapporto tra istituzioni e cittadini. Tra governanti e governati, tra il «potere» e la «gente». Il sentimento di solidarietà umana e di collaborazione civile, emerso nei mesi dell’emergenza Covid, sembra essersi consumato fino a lacerarsi. Anche nelle forme più estreme. Ne sono un esempio le manifestazioni di piazza a Napoli, sfociate nella guerriglia urbana. Dietro i professionisti dello scontro e della violenza non è difficile scorgere la camorra, manovriera dell’insofferenza della parte più colpita dalla recrudescenza della pandemia e pronta ad approfittarne per allargare un consenso intriso di illegalità tra i disperati di quei territori. Alla malavita organizzata si sono aggiunti (meglio dire, accodati) gruppi di neofascisti e le frange facinorose dei centri sociali. Soggetti tanto diversi tra loro quanto uniti nel fomentare e alimentare il malcontento. Con l’unico obiettivo di sostituire la violenza di piazza alle istituzioni. Tristemente Napoli ritrova ogni tanto in Masaniello il suo punto di riferimento.

Deriva pericolosissima, segno desolante degli squilibri di una città sempre in bilico tra generosità e tornaconto personale, tra genialità individuale e opacità civile. Che i disordini dello scorso fine settimana rappresentassero un segnale d’allarme assai preoccupante è stato subito chiaro. Infatti, a Roma e Torino è andata in scena (camorra a parte) una rappresentazione analoga, pur se con minore virulenza.

Lo scenario d’insieme si presenta oltremodo fosco. Le violenze di piazza - se dovessero continuare – porrebbero un delicatissimo problema di equilibrio tra la libertà di manifestare e l’esigenza di garantire la sicurezza come diritto di ciascuno. Ma ancor più preoccupanti sono i risvolti dell’evidente frattura che si sta delineando tra cittadini e governanti. Il progressivo, quasi esponenziale, aumento dei contagi ha collocato in primo piano un inedito protagonista: il ribellismo sociale disposto a tutto, nutrito di un nichilismo assoluto, per il quale la salute diventa un bene secondario rispetto allo spettro della miseria e della sopravvivenza. Un quadro disastroso rispetto al quale converrebbe una seria riflessione da parte di coloro che - al centro come sul territorio - hanno gestito i mesi di passaggio tra l’emergenza della scorsa primavera e l’attuale situazione. L’allentamento delle misure di restrizione (certamente indispensabile), attuato nel corso dell’estate, ha favorito ciò che oggi stiamo pagando a caro prezzo. Responsabilità, quindi, anche di quanti avevano ritenuto che il virus fosse soltanto da dimenticare. Dimenticando, invece, che era proprio quello il momento della prudenza. Ma ancor più preoccupante è la carenza di visione dimostrata dal governo nazionale e dai governi locali. I ritardi nel rafforzamento delle strutture sanitarie, nell’approntamento di misure adeguate nei trasporti come nelle scuole, hanno creato buchi nella capacità di rispondere adeguatamente alla prevedibile risalita della diffusione del virus. È in questo quadro che la protesta (e le ragioni che essa rappresenta) invece di essere elemento di spinta ad unire le forze, diventa causa di disgregazione, di annullamento di quell’anelito civile che ha permesso al Paese di fronteggiare e superare la prima fase della pandemia.

In cosa sperare? Ancora una volta, un richiamo di altissimo valore viene dal presidente della Repubblica, il quale ha esortato tutti a contribuire ad uno sforzo collettivo fondato sulla coesione sociale: maggioranza e opposizione, governo centrale e governi locali, forze sociali e cittadini. Nelle condizioni attuali il monito del Capo dello Stato indica l’unica via d’uscita possibile dalla crisi che stiamo attraversando. Altrimenti il caos.

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