La Lega e gli alleati
Identità senza leader

Le elezioni regionali e amministrative di settembre stanno producendo più conseguenze nel campo del centrodestra che in quello, pur agitato, del centrosinistra «allargato» ai grillini in crisi di identità e leadership. Il motivo di questo strascico di sofferenze è presto detto: il centrodestra a trazione sovranista non cresce più e anzi regredisce. Per quanto i sondaggi continuino a dare la coalizione e la Lega in cima al sistema politico elettorale italiano, sta di fatto che, dalla crisi dell’agosto 2019, la «destra sovranista» con annessa appendice moderata ha perso lo smalto del la forza che vince sempre. In quest’ultima tornata elettorale il risultato che Salvini immaginava come un 7 a 0 sul centrosinistra si è trasformato in un modesto 3 a 3, con le sole Marche strappate al Pd ma passate nelle mani di Fratelli d’Italia e non della Lega (che per due volte, in Emilia Romagna e Toscana, ha sbagliato i candidati e ha fallito l’assalto alle rocche rosse). Inoltre il conto definitivo dei Comuni dopo il ballottaggio vede un centrosinistra che cresce da 16 a 25 città amministrate e un centrodestra che scende da 27 a 17. Insomma, ce n’è abbastanza per avviare una «riflessione» non indolore.

Le dinamiche interne sono tante ma hanno tutte origine nella crisi del salvinismo. Sembra quasi che la maledizione del Papeete – il clamoroso autogoal della crisi di governo di due estati fa – continui a perseguitare il capo leghista che ormai è pressato da molto vicino da ex colonnelli di peso come Giancarlo Giorgetti, il leghista che vanta più titoli per governare, e governatori potentissimi come Luca Zaia, carico di un patrimonio elettorale personale. Entrambi chiedono di cambiare strada: la lotta contro l’Europa brutta e cattiva non funziona in epoca di Covid e di attesa dei miliardi di Bruxelles e Francoforte, e tantomeno è utile continuare ad allearsi con forze europee di estrema destra rivelatesi così incapaci di conquistare il tetto dell’Unione da diventare residuali: in pratica non c’è margine di iniziativa politica. Quella stessa che invece Giorgia Meloni si è conquistata arrivando a capo dei conservatori europei e quindi guadagnandosi un titolo in più nella gara con Salvini per la leadership della coalizione. La Meloni riesce sempre a non infilarsi in un cul-de-sac e a mantenere il proprio spazio, mentre Salvini si ritrova troppe volte stretto nell’angolo in cui sembra che si sia posto da solo.

Quindi: risultati elettorali insoddisfacenti, insidie interne ed esterne, isolamento internazionale, scarsa possibilità di iniziativa politica che non sia la protesta contro gli sbarchi e la Ue, problemi giudiziari incombenti sono gli elementi che compongono una crisi leghista da cui Salvini, annunciando «rivoluzioni liberali» cui egli stesso non crede, stenta a venir fuori.

Contemporaneamente una dissoluzione di Forza Italia ormai sempre più evidente produce dei movimenti al «centro» che per l’ennesima volta provano a ricostruire una nuova gamba moderata della coalizione che, almeno sulla carta, potrebbe ancora oggi conquistare il governo nazionale. Ecco dunque che si muovono Giovanni Toti e Mara Carfagna insieme a Gaetano Quagliariello mentre Gianfranco Rotondi prova ancora una volta a rilanciare il fantasma della Democrazia Cristiana.

Conclusione: alla coalizione potenzialmente maggioritaria manca un federatore, un leader riconosciuto nella vittoria come nella sconfitta, un uomo dal carisma rispettato da tutti e un candidato a Palazzo Chigi sostenuto da alleanze internazionali. Insomma, manca un Berlusconi.

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