La Segre si ritira
Memoria a rischio

Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, abbiamo il dovere di suggellare a perenne ricordo le parole in pubblico della sopravvissuta ad Auschwitz Liliana Segre, che a 90 anni ha reso un’ultima testimonianza tra i ragazzi della Cittadella della pace di Rondine (che ne hanno raccolto idealmente il testimone), prima di ritirarsi, per stanchezza, forse non solo fisica, a vita privata. Noi che troviamo, tornando a sera, cibo caldo e visi amici, ne tramanderemo la memoria, unico antidoto all’odio, perché la sua voce pacata e dolorosa, franta, scandita faticosamente, non vada perduta nella morta gora dell’oblio, anticamera di tutti i mali che ritornano. La prima lezione che dobbiamo imparare è che la Shoa è unica e sacra. Gli accostamenti con gli altri numerosi genocidi e tragedie della storia (o addirittura a drammi del nostro tempo pur orribili, come l’immigrazione e i naufragi nel Mediterraneo) sono inappropriati, perché rischiano di sminuire la portata inaccostabile di quell’abisso. Come vogliono fare per altri versi i revisionisti e i fascisti che gli buttano contro le foibe, i massacri perpetrati dai partigiani filocomunisti di Tito, in un gioco a somma zero che vorrebbe confondere tutto in un polverone fatalista e cancellare qualsiasi responsabilità, senza alcun rispetto per la tragedia di un popolo e per la storia.

Bisognerà sempre ricordare, come ha scritto lo storico tedesco di origine ebraica Dan Diner, che se Hitler avesse conquistato l’Occidente, se non fosse stato sconfitto dagli Alleati e dalla Resistenza, lo avrebbe trasformato in un immenso popolo di iloti, al servizio della razza ariana. Adolf Hitler, che nel Mein Kampf si chiedeva com’era possibile che «centinaia di migliaia di ragazze tedesche fossero sedotte da ripugnanti bastardi ebrei dalle gambe storte» era solo l’ultimo anello di una catena di pregiudizi millenari. Ma pur riaffermando l’unicità della Shoah, la memoria di quanto accaduto deve farci riflettere sulla catena dell’odio e dei pregiudizi che porta alla cancellazione dei diritti, all’esclusione, alla costruzione di un nemico, ai pregiudizi razziali e sociali e ai suoi estremi che possono portare fino a omicidi, segregazioni, tragedie e perfino genocidi.

La macchina dell’odio è sempre in agguato e le testimonianze come quelle della senatrice a vita Liliana Segre, che ieri si è lasciata andare a dettagli mai riferiti prima, sono il migliore antidoto. «Eravamo sole, non eravamo più persone», ha ricordato la senatrice a vita che ha ancora tatuato sul braccio il numero 75190, «eravamo disumane: eravamo quello che i nostri aguzzini volevano. Avevamo solo il nostro corpo, che dimagriva sempre di più. Non avevo amici, sceglievo la solitudine. Mi ricordo il primo giorno di lavoro da operaia-schiava. C’erano uomini che facevano lavori molto più duri di noi donne. Iniziai a chiedere che fine aveva fatto mio padre. Poi smisi, avevo capito che non l’avrei mai più visto. La notte? Dormivamo. Per la stanchezza e per non sentire i lamenti di quelli che venivano mandati al gas. Io non volevo vedere, non volevo sapere chi andava al forno crematorio. Ero diventata egoista. Senza emozioni, senza più seno, senza mestruazioni, spesso senza mutande. Quando si toglie l’umanità dalle persone, bisogna estraniarsi per sopravvivere. Nessuno si suicidava, tutti sceglievamo la vita in quel luogo di morte».

Ma le parole più dense del suo insegnamento Segre le ha pronunciate alla fine del suo discorso. «Era primavera, c’era l’erba nei prati. Succhiai la clorofilla. Ero senza energia. Uno dei carcerieri lasciò la pistola, la divisa. Eravamo alla fine. Pensai di prendergli quella pistola e sparargli, perché ero carica di odio e rancore. Ma non lo feci, capii che non potevo uccidere una persona. Ero diversa da loro». È forse questa la sua grande lezione. Una memoria che rischiamo di perdere, anche perché la generazione che ha vissuto gli orrori della Seconda guerra mondiale e da partigiano ha combattuto la dittatura ci sta lasciando.

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