La Svizzera scia
Salute? Un’opinione

Discussioni sfrenate di chiusura, le definisce la Neue Zürcher Zeitung. Per il quotidiano di Zurigo il dibattito sulla chiusura degli impianti da sci supera la decenza perché non tiene conto della ragione economica. In Svizzera quando si tocca il portafogli si mette mano alla pistola, quanto meno quella mediatica. A Zurigo ce l’hanno con la Germania, che con Angela Merkel ha sposato la linea della prudenza e adesso valuta di chiudere gli impianti degli sport invernali. Berna è un po’ il segnavento degli equilibri politici in Europa. Si tiene fuori per orgoglio nazionalistico ma annusa il vento. È dalla Germania che vengono gli indirizzi europei e se il governo italiano dice no alle vacanze invernali sulla neve, per Berna vuol dire che occorre guardare a Berlino.

E malauguratamente per il governo svizzero sembra che anche il capo del governo bavarese Markus Söder sia per la chiusura. E infatti protesta il Tirolo austriaco. Il capitano del Land, così si chiamano in Austria i governatori, Günther Platter minaccia: non ci faremo togliere dalla Baviera il nostro sci. La proposta è infatti di vietare gli aperitivi del dopo pista, di imporre l’uso delle mascherine e tenere le distanze. Non si specifica cosa succede dentro le cabinovie, negli hotel o all’ingresso degli impianti. Una leggerezza che lascia sconcertati, anche perché tutti hanno ancora chiaro il ricordo di Bad Ischgl, quando la valanga dei contagi si sparse in tutta Europa.

È vero che l’indice di riproduzione del contagio è sceso in Austria al di sotto della cifra simbolica di 1, per l’ esattezza a 0,87. Ma il merito è del lockdown imposto sino al 6 dicembre. Sia in Svizzera sia in Austria si riportano gli appelli dei politici italiani ad una maggiore solidarietà a livello europeo, e sono in molti a sperare che questi inviti cadano nel vuoto. Per l’Austria è possibile che si giunga ad un compromesso con la presidenza Ue di turno tedesca. Alla fine chi opera nel settore verrebbe rimborsato per l’80% del fatturato e stante il clima generale non è detto che in questi giorni gli albergatori debbano vivere l’abbondanza del 2019.

Gli svizzeri per contro hanno imposto sin dall’inizio minime restrizioni e intendono muoversi su questa linea. Evitare indebitamenti pubblici con sovvenzioni ai privati a carico dei Cantoni o del governo federale e permettere lo svolgimento regolare dell’attività economica. Una scelta che ha comportato dall’inizio della pandemia 4250 decessi e 318.290 contagi. Pochi se rapportati ai 21.393 morti in Lombardia, ma è anche vero che il tasso di positività su tutti i tamponi effettuati è del 19% contro il 13,1 % della nostra regione, e solo l’altro ieri erano 4312 i nuovi casi. La Svizzera ha una popolazione di neanche 8 milioni di abitanti, quindi meno dei dieci milioni di lombardi. Insomma la situazione è seria ma, leggendo i giornali, sembra si giochi a minimizzare. Si fa molto appello all’autodisciplina e al rispetto delle regole, il che in Svizzera può anche funzionare.

Come dice il comitato del Cantone di Zurigo, colui che non rispetta le disposizioni verrà perseguito e punito. E chi ha avuto la ventura di prendere multe in territorio confederato per il superamento anche minimo del limite di velocità sa cosa significa. I posti letto in terapia intensiva rimasti disponibili sono solo 220. Nel Ticino hanno paura, ma a Berna minimizzano e tengono duro. Anche al tempo della «Spagnola» ci si era regolati con semplici regole igieniche, dicono. Li aiuta l’organizzazione logistica e il sistema sanitario sul territorio - di cui invece la Lombardia è carente - ma il messaggio è chiaro: chi muore, muore in silenzio e non scende in piazza a protestare. È l’indipendenza della Confederazione che conta, e l’economia la garantisce.

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