Lavoro e sanità Onda d’urto al Sud
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

Lavoro e sanità
Onda d’urto al Sud

La logica con cui si sta muovendo il governo è chiara e per molti aspetti lineare: anche il nuovo Dpcm di cui lungamente lunedì sera (12 ottobre ndr) si è discusso a palazzo Chigi tra i ministri e con i governatori dispone un progressivo giro di vite delle relazioni interpersonali e della vita di tutti i giorni per non arrivare – secondo le parole di Giuseppe Conte – a un nuovo lockdown generalizzato sull’intero territorio nazionale. Insomma combattere la diffusione del virus limitandolo il più possibile senza arrivare a paralizzare per la seconda volta in un anno la società italiana, semmai limitandosi a delle chiusure parziali. Una strada di mezzo che almeno per ora sta funzionando: il presidente del Consiglio (e con lui la Banca d’Italia) lo ha detto chiaro e tondo che un altro lockdown avrebbe conseguenze letali per la nostra economia, per l’occupazione, per la stessa tenuta democratica del Paese.

Per evitarlo occorre che ognuno rinunci a qualcosa, anche alle feste di compleanno o alla partita di calcetto per dire, e che tutti mantengano alta la guardia con mascherine, gel igienizzanti e vaccino anti-influenzale per fare in modo che le scuole continuino a restare aperte come i posti di lavoro e, nei limiti del possibile, i luoghi delle relazioni, del tempo libero, della cultura...

Nel frattempo serve che il servizio sanitario regga il nuovo urto, che le terapie intensive – che comunque sono state rafforzate – non vadano in tilt e che gli ospedali si possano occupare anche delle altre malattie oltre che del Covid dal momento che continuano ad esserci pazienti di tutti i tipi, non sono mica spariti. Ecco il punto: che la sanità pubblica regga. Ma la domanda è: da questo punto di vista Stato e Regioni hanno fatto tutto il possibile? Già si vede l’emergere della polemica politica, e se ne stanno facendo portatori in questo momento soprattutto gli imprenditori, a cominciare da quelli del Sud: perché non sono stati ancora chiesti i fondi, 37 miliardi, previsti dal Fondo Salva-Stati (Mes) che erano a tasso zero e pronta cassa, destinabili alle spese sanitarie dovute alla pandemia? Come si sa il «no» al Mes è venuto da una parte del governo, il M5S, e da una parte dell’opposizione, Lega e Fratelli d’Italia, mentre chi era favorevole ad accedere a quelle risorse messe a disposizione, e cioè il Pd, Italia Viva e Forza Italia, finora è stato fermato. E poco hanno contato gli allarmi di chi paventava un «problema Sud» nella seconda ondata del virus: come purtroppo sta succedendo (vedi il caso Campania) in questo momento è il Meridione a preoccupare di più, anche perché dispone di una sanità non paragonabile, se non per alcuni casi di eccellenza, a quella del Nord. E se quest’ultima nei mesi scorsi è stata messa a durissima prova dalla pandemia, come potrà la sanità meridionale reggere un urto simile con tutti i problemi secolari che si porta dietro in termini di carenza di strutture, personale, risorse, di inefficenze croniche, di infiltrazioni criminali? Un Sud in profondissima crisi economica e occupazionale che potrebbe perdere l’ultima grande azienda, l’Ilva di Taranto, sarebbe messa ulteriormente in ginocchio se la sanità non riuscisse a tutelare una «normalità» di vita sociale ed economica. Sono preoccupazioni assai diffuse, anche all’interno del governo, dove la discussione sul Mes non si è mai interrotta: i continui, pressanti appelli di Zingaretti – che parla anche come governatore di una regione a rischio come il Lazio - non hanno ancora prodotto i risultati sperati ma di sicuro hanno mantenuto alta la tensione. C’è da pensare che quest’ultima nelle prossime settimane non potrà che aumentare.

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