Macigni sulla via
della ripresa

La giornata sui mercati finanziari ieri è stata un’altalena. Altri giorni così ci aspettano, fino a quando è difficile dirlo. E se per adesso il problema sembra confinato ai mercati finanziari, non ci vorrà molto tempo perché si manifestino gli effetti concreti sull’economia reale. La diagnosi è molto semplice: il rischio sul debito sovrano italiano viene percepito in modo sempre più acuto, soprattutto dagli investitori stranieri. Le vendite fanno calare il prezzo dei nostri titoli, il rendimento aumenta e con esso il divario rispetto
ai bund tedeschi, l’ormai noto spread. Nel solo mese di agosto i non residenti hanno dismesso Bot e Btp per la ragguardevole cifra di 17 miliardi di euro.
Il secondo anello della catena è rappresentato dalle banche. Come noto, queste sono grandi investitori in titoli di Stato, ne detengono quasi un terzo del totale, e quindi è naturale che la crisi di fiducia verso l’Italia si trasmetta per contagio alle istituzioni finanziarie.

In più, c’è un elemento tecnico che rende così diretto il collegamento fra svalutazione dei titoli di Stato e prezzo delle azioni bancarie: in base alla regolamentazione finanziaria internazionale, nota come Basilea 3, le banche devono possedere una data quantità di capitale a fronte dei rischi finanziari che hanno in bilancio. La capacità di assorbire il rischio si erode a causa della svalutazione dei titoli di Stato che possiedono e se questo andamento dovesse durare alcune banche italiane, anche fra quelle importanti, dovrebbero effettuare degli aumenti di capitale. È chiaro che questo non piace agli investitori i quali quindi decidono di vendere anche le azioni bancarie.

Come se questo non bastasse, la difficile situazione italiana si colloca in un momento particolare per i mercati finanziari di tutto il mondo. Alcuni focolai di crisi, o almeno taluni fattori di incertezza, sono presenti un po’ dappertutto: la guerra commerciale fra gli Stati Uniti e la Cina ha già prodotto un rallentamento della crescita asiatica; la politica internazionale presenta qua e là alcuni punti di pericolo, ultimamente per esempio la posizione dell’Arabia Saudita; la politica monetaria si sta orientando in senso sempre meno accomodante eccetera.

Ma come avverrà il passaggio della tempesta dai mercati finanziari alla realtà quotidiana di ciascuno di noi? Un primo segnale già si percepisce nella minore disponibilità delle banche a concedere credito alle imprese, sia per il problema del capitale descritto sopra, sia perché se l’orizzonte non si rasserena anche l’attività d’impresa diventerà più difficile. Si nota anche che gli stranieri stanno riconsiderando o mettendo in stand by certi progetti di investimento in Italia. E quando i risparmiatori si accorgeranno della svalutazione dei loro titoli e dei fondi comuni, non saranno certo inclini ad accrescere i consumi. Per esempio, potranno scegliere di fare regali di Natale meno impegnativi. Altro che sostegno ai consumi.

Al momento non c’è ancora uno scenario di crisi, né finanziaria né reale. La perplessità degli operatori però è palpabile, e questo non fa certo bene alla ripresa economica che si stava davvero consolidando e aveva iniziato a rigenerare posti di lavoro. È presto per dire che si apre una fase nuova, ma è bene essere pronti a tutto, sia nella gestione delle imprese, sia in quella dei propri risparmi.

Soprattutto in questo secondo ambito, la prudenza è oggi un imperativo. Se poi i nostri governanti si ravvedessero e tornassero a una politica più saggia, che non significa necessariamente restrittiva, toglieremmo un macigno dal sentiero di crescita del Paese. Questa è la vera lotta alla povertà: favorire la creazione di ricchezza, non premiare i nullafacenti e gli evasori fiscali.

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