Privatizzare senza sprecare, cosa serve

ITALIA. La parola «privatizzazioni» è tornata, un po’ inaspettatamente, nel dibattito pubblico italiano.

E con essa i tic ideologici di tempi ormai andati, tra qualche sparuto elogio aprioristico e troppi «vade retro» pavloviani. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo ha rivendicato ieri sera in un’intervista televisiva: «Noi prevediamo, nel Documento economico di bilancio, 20 miliardi di privatizzazioni in tre anni». Aggiungendo subito dopo: «Un lavoro che si può fare con serietà come lo immagino io: possiamo cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico, e su alcune società interamente di proprietà dello Stato possiamo cedere quote di minoranza a dei privati». I nomi delle aziende candidate sono noti: Eni, Ferrovie, Poste in primis. Ma a quali condizioni le privatizzazioni si possono fare «con serietà»?

La prima condizione è che le privatizzazioni non siano soltanto annunciate, come tante volte è accaduto negli ultimi due decenni, ma siano effettivamente portate a termine. Una promessa non mantenuta, infatti, avrebbe un effetto contrario rispetto a quello sperato dall’esecutivo: indebolirebbe la credibilità della politica di bilancio italiana. Alienare una parte del patrimonio pubblico per ridurre il debito, come sembra voler fare il Governo, sarebbe un segnale positivo per cittadini e imprese. Come a dire che, quando si tratta di pagare i debiti pregressi della collettività, in campo non ci sono soltanto le tasse e le imposte dei privati ma anche un possibile contributo da parte dello Stato che sceglie di auto-tassarsi. Sarebbe positivo, d’altronde, anche il segnale mandato agli investitori privati, nazionali e internazionali: equivarrebbe a una prova di rigore contabile, certo, ma anche a un impegno a lasciare spazio - dove possibile - al mercato e ai suoi attori.

La seconda condizione per non sprecare le privatizzazioni è che le stesse non siano pensate soltanto per fare cassa nel breve termine. Avrebbe senso rischiare di perdere il controllo pubblico di importanti aziende, in alcuni casi perfino strategiche, per una quantità irrisoria di risorse a fronte di un debito pubblico che sfiora – lo ricordiamo – i 2.900 miliardi di euro? Ovviamente no. Se le privatizzazioni non saranno accompagnate da una razionalizzazione della spesa pubblica, vale a dire da una riorganizzazione della stessa e non da «tagli lineari» a cui la stessa Meloni ha ammesso di aver fatto ricorso lo scorso anno, gli effetti benefici per le finanze dello Stato in poco tempo saranno annullati.

Uno dei massimi esperti contemporanei di finanza pubblica, l’italiano Vito Tanzi, ha sempre citato in proposito la cosiddetta «Legge di Wagner», dal nome dell’economista tedesco Adolph Wagner: la maggior parte dei programmi di governo, specialmente quelli senza una scadenza chiaramente definita, tende ad ampliarsi e a diventare più dispendiosa con il passare degli anni. Detto altrimenti: senza modificare i meccanismi di spesa, libereremmo risorse oggi per sprecarle domani.

La terza condizione per privatizzazioni di successo è che queste siano parte di una più ampia strategia per rilanciare in modo strutturale la crescita. Agli occhi dei «mercati», che poi non sono altro che risparmiatori e investitori di tutto il mondo (anche all’interno dei nostri confini), la variabile che conta davvero è la sostenibilità del nostro debito pubblico, misurata dal rapporto debito pubblico/Prodotto interno lordo. Ridurre il debito, lasciando però che la crescita del Pil rimanga asfittica come è stata – con pochissime eccezioni - dalla metà degli anni ’90 a oggi, sarebbe uno sforzo inutile nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi, alimenterebbe nella classe dirigente un senso di pericoloso autocompiacimento.

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