Rogoredo e il cesto della nostra convivenza

ITALIA. Per i milanesi (e non solo) Rogoredo evoca una della zone dello spaccio, forse la più problematica. In queste settimane olimpiche la vicinanza con l’arena di Santa Giulia e il viavai di tifosi hanno un po’ colorato il grigio di un luogo che sa di marginalità e disperazione.

Il bosco che lambisce i binari, una delle piazze più attive del mercato degli stupefacenti, è stato teatro anche della morte violenta di un pusher, uno dei tanti che hanno fatto della zona la loro base. Sembrava il classico controllo degenerato per l’atteggiamento minaccioso dello spacciatore, la verità si è invece rivelata molto differente. Il poliziotto avrebbe sparato non per difendersi, ma per ben altri motivi la cui reale entità è in corso di definizione. Ma il quadro che sta emergendo è a tinte fosche, una storiaccia, un regolamento di conti degno di una certa letteratura americana noir dove le forze dell’ordine non sempre stanno dalla parte giusta.

Il fatto e le sue evoluzioni hanno ovviamente diviso da subito il fronte politico, con il centrodestra costretto poi a retrocedere bruscamente e con un certo qual imbarazzo dopo l’immediata difesa dell’operato dell’agente. A prescindere, senza nemmeno il beneficio del dubbio. Fermarsi alle ricostruzioni sommarie e dividersi per bande è una modalità naturale nella canea dei social, ma da esponenti del mondo politico (per tacere di chi ricopre ruoli di governo) ci si attenderebbe se non una maggiore prudenza quantomeno una minore superficialità.

Anche perché in un quadro dove il sostegno alle forze dell’ordine non può (e non deve, sia ben chiaro...) mai essere messo in discussione non si può dimenticare che in tempi anche recenti ci sono stati episodi che hanno gettato delle ombre

Anche perché in un quadro dove il sostegno alle forze dell’ordine non può (e non deve, sia ben chiaro...) mai essere messo in discussione non si può dimenticare che in tempi anche recenti ci sono stati episodi che hanno gettato delle ombre. Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi e Gabriele Sandri dovrebbero ricordare qualcosa a tutti: pagine nere e assolutamente minoritarie davanti all’impegno quotidiano e responsabile della quasi totalità di Polizia e Carabinieri, ma sono accadute e solo per questo dovrebbero indurre alla prudenza tutti.

Ma in questa pagina buia c’è un dato estremamente positivo e che fa ben sperare: è stata in primis la Polizia a volerci vedere chiaro, a mettersi in discussione senza paura di scoprire cose che inevitabilmente avrebbero creato problemi e anche umana amarezza. La conferma che, come in qualsiasi organizzazione, ci possono sì essere mele bacate ma il cesto è assolutamente sano. A volte più di una certa politica che su ambo i fronti agisce spesso in modo strumentale piuttosto che affrontare la realtà che, in quanto tale, ha una sua complessità naturale. Quotidiana.

Lo scudo penale

Lo scudo penale è materia da maneggiare con estrema cautela, soprattutto quando lo si vuol far diventare una sorta di salvacondotto a prescindere davanti all’evidenza (e chi la stabilisce?) di determinate fattispecie, perché nessuno è sopra la legge. Nemmeno chi pensa di difendersi da solo scivolando magari dalla legittima difesa (tema che non può essere affrontato con toni da corda saponata) a eccessi che sfociano in un omicidio. Ieri per questo motivo è stato condannato a 12 anni un ex assessore di Voghera noto in città come «lo sceriffo». Per qualche ultrà della sua parte politica sarà un eroe o una vittima dei magistrati, ma il rischio di una giustizia fai-da-te è proprio quello che si ripetano episodi del genere. Frasi come «meglio un brutto processo che un bel funerale» vanno bene per raccogliere like, ma sono poco degne di un consesso civile.

Serve trasparenza (e coraggio) da ogni lato, questa è la verità: per esempio è inutile fare finta che il nostro è tra i Paesi (non molti) che non prevede l’identificazione degli agenti impegnati in manifestazioni di ordine pubblico con un numero su casco o divisa. O che proprio a Bergamo, ormai da 7 anni, chi era a bordo dei pullman dei tifosi dell’Atalanta a Firenze attende di capire cosa sia davvero successo quella notte. Perché il solo modo per continuare a salvare quel cesto che si chiama convivenza civile è non nascondere le mele andate a male. Questo ci ha insegnato Rogoredo. E i suoi poliziotti, quelli sani. I più.

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