Waterloo centrodestra
scuote le alleanze

È stata davvero una mossa maldestra ma, per stare ai proverbi, non tutto il male viene per nuocere. Candidare Elisabetta Casellati, presidente del Senato, è stato un errore del centrodestra e in particolare di Matteo Salvini che se l’è intestata nella sua qualità di autonominatosi «regista» della coalizione. Il capo della Lega, senza alcun accordo con i gruppi di centrosinistra, ha annunciato l’intenzione del centrodestra di candidare la Casellati. Un atto unilaterale nonostante che da giorni tutti si sgolino dicendo che serve «un nome condiviso» e, naturalmente, «di alto profilo». La speranza di Salvini e Meloni era di superare almeno quota 400 voti, calcolando una quarantina di franchi tiratori come percentuale fisiologica, e poi provare ad attrarre voti (Italia Viva? Pezzi di M5S? Gruppo misto?) alla sesta votazione con l’obiettivo di toccare il quorum dei 505.

Insomma una «spallata» per riuscire ad imporre una personalità di area conservatrice dopo tanti anni in cui il Colle è stato prerogativa di personalità del riformismo laico, cattolico, ex comunista. Invece è stato un disastro, la Casellati si è fermata a quota 382, impallinata dai franchi tiratori della sua stessa coalizione, affondando così se stessa, facendo fare una pessima figura al centrodestra e mettendo in imbarazzo la seconda carica dello Stato. Un boomerang tanto maldestro che è quasi incomprensibile come sia stato possibile lanciarlo. Si dice che sia stata la stessa Casellati ad imporsi a brutto muso persino con Berlusconi («Dovete votarmi») superando i tanti dubbi che aveva, ad esempio, Tajani.

Però anche Salvini e Meloni volevano la prova di forza pensando di aver calcolato bene il rischio, e invece è andata male, anzi malissimo. Dopo aver bruciato una serie di nomi (Nordio, Moratti, Frattini, Pera) Salvini e Meloni hanno perduto anche il presidente del Senato. Defezioni ci sono state ovunque tra le fila dei partiti alleati nonostante che la Meloni giuri che i suoi hanno dato prova di fedeltà «granitica». Naturalmente la presenza massiccia di franchi tiratori ha provocato liti e parole grosse tra alleati. Perché non tutto il male viene per nuocere? Perché il passo falso della destra sembra aver riaperto la possibilità di una trattativa finalmente non finta tra i due schieramenti. La riprova è che Salvini è andato prima da Draghi, poi da Letta e Conte.

E l’aria sembra un poco cambiata. Però è tutto in divenire: sapremo forse questa mattina alle 11 prima della settima votazione se la notte avrà portato consiglio. C’è una possibilità che Salvini e Conte hanno lanciato ieri sera: un accordo su una presidente donna. In questo caso potrebbe tornare in ballo l’ambasciatrice Belloni, direttrice dei servizi segreti, un’alta funzionaria dello Stato che conosce bene i Palazzi del potere e i suoi segreti ma non ha alcuna pratica parlamentare. Oppure si torna a Draghi o si va su Casini o - se nessuna di queste due ipotesi funziona - si può provare con un secondo mandato di Mattarella che ieri sera ha ricevuto una valanga di voti: 336. Staremo a vedere.

Le conclusioni per il momento sono le seguenti: il centrodestra è a pezzi avendo dimostrato di essere diviso e non in grado di imporre un proprio nome. Il centrosinistra ha per converso un vantaggio ma nello stesso tempo stenta a trovare una linea comune a causa delle troppe divisioni nel M5S e anche nel Pd, e dei sospetti reciproci. Vedremo se il fine settimana porterà consiglio di fronte ad una opinione pubblica stanca e a un contesto finanziario e internazionale assai innervosito.

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