Dieci anni fa l’installazione di Christo sul Sebino: «Il mondo scoprì il nostro lago»

THE FLOATING PIERS. Nel decennale dell’opera, Giuseppe Tobias Faccanoni ricorda l’amicizia con Christo e i due anni di preparativi. «C’era solo un disegno, poi tutto da costruire e testare».

Lettura 2 min.

Giugno 2016. Scorrendo all’indietro di dieci anni la galleria dello smartphone (e di Instagram, nel pieno della sua prima era) a balzare subito all’occhio è quell’indimenticabile giallo dalia cangiante, che cambiava intensità in base al sole e all’acqua che lambiva il tessuto, facendo ondeggiare i «floating piers», i pontili galleggianti che permisero a oltre un milione e mezzo di persone di camminare sul Sebino. Arrivarono da ogni dove per l’opera di Christo e Jeanne-Claude. E l’arte, in sole due settimane, portò il lago d’Iseo a fare il giro del mondo .

Il ricordo di uno dei protagonisti bergamaschi

«Ricordo la prima prova del tessuto – racconta Giuseppe Tobias Faccanoni, all’epoca presidente (lo è stato per vent’anni) di Autorità di bacino –. Eravamo su un battello con novanta giornalisti delle più importanti testate». Sedici giorni, dal 18 giugno al 3 luglio 2016, e il mondo è tornato a scoprire il Sebino: «Ai miei tempi a scuola si insegnava che i grandi laghi alpini erano quattro. Poi, chissà come, sono diventati tre. Con Christo sono tornati quattro».

Con una media di 75mila persone al giorno, c’era chi passeggiava, chi correva, ballava, suonava e persino meditava su The Floating Piers. Ma com’è che il progetto dei coniugi statunitensi Christo Vladimirov Javacheff (1935-2020) e Jeanne-Claude Denat de Guillebon (1935-2009), fra i maggiori rappresentanti della land art, è approdato sul Sebino?

L’idea cinquant’anni prima

L’idea, nata alla fine degli Anni Sessanta, non era mai stata realizzata: prima a Buenos Aires, alle foci del Rio de la Plata, poi nella baia di Tokyo, erano state negate le autorizzazioni. Sul lago d’Iseo, il via libera: «Sono stato il primo a dare i permessi. Non sono un esperto d’arte, ma nei due anni di lavoro insieme, con Christo si è instaurato un rapporto di grande amicizia».

La telefonata

Tutto cominciò con una telefonata: «Era il 2014, mi contattarono dalla famiglia Beretta per chiedere un appuntamento che pensavo riguardasse la concessione per la loro isola (San Paolo, ndr). Ci accordammo per un venerdì mattina: al mio arrivo la segretaria mi disse che con loro ci sarebbe stato un artista. Ho pensato a un qualche architetto. Ma dall’auto sono scesi uno spilungone con telecamera e microfono, e un vecchietto bianco e scarmigliato. Christo mi ha raccontato quello che aveva fatto e quello che voleva fare : subito si è instaurato un rapporto di facile entusiasmo». L’indomani a Monte Isola il primo sopralluogo: «Da quel momento è tornato diverse volte e io sono andato a trovarlo a New York nel suo atelier. Nel febbraio seguente ricordo il freddo sul Mar Nero, in Bulgaria, dove ero andato per assistere ad alcune prove di carico. Perché nella testa di Christo l’idea c’era, ma di fatto avevamo solo un disegno, poi è stato tutto da costruire e testare».

Pionieri

Dalla resistenza al moto ondoso all’ancoraggio al fondale, che in alcuni tratti è molto scosceso e raggiunge i 60 metri, passando per le autorizzazioni necessarie per farvi salire le persone, «abbiamo lavorato fianco a fianco».

«Il tessuto, arrivato dalla Germania, era stato calibrato per picchi di 40mila persone. In media ne abbiamo avute 75mila, con picchi di 90mila»

Dal punto di vista ingegneristico «in letteratura non c’era nulla: è stato tutto sperimentato per la prima volta». Il punto di partenza è stato uno studio della Marina militare con la batimetria dei fondali, ai quali sono stati ancorati i supporti di cemento con un particolare sistema di ganci e lame. «Ma i problemi non erano finiti: il tessuto, arrivato dalla Germania, era stato calibrato per picchi di 40mila persone. In media ne abbiamo avute 75mila, con picchi di 90mila, cosa che per altro ha messo a dura prova le strade. Dopo i primi giorni, anche Christo aveva dovuto cedere alla chiusura notturna, in modo da poter riparare il tessuto. Ma nella sua idea l’opera doveva restare aperta h24, perché la gente diventava parte integrante dell’installazione. Così come il luogo».

Cosa resta

«Lo sforzo organizzativo è stato molto importante, ma tutti ne hanno guadagnato, in primis l’immagine del nostro lago»

Oggi cosa resta? «È stata un’operazione di risonanza mondiale. Lo sforzo organizzativo è stato molto importante, ma tutti ne hanno guadagnato, in primis l’immagine del nostro lago. E anche chi in passato lo vedeva come un problema, ha capito che è una risorsa. Apparso sulle prime pagine dei media internazionali, il mondo ha scoperto il Sebino».

© RIPRODUZIONE RISERVATA