«I miei 19 anni alle Grazie, un porto accogliente nel cuore della città»

L’INTERVISTA. Monsignor Ottolini, domenica 27 settembre la Messa di saluto del parroco: «Ho cercato di conservare la cura pastorale e la dimensione missionaria».

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Quasi vent’anni di storia condivisa, vissuta nel cuore della città. Dal 2007 monsignor Valentino Ottolini è alla guida della parrocchia delle Grazie, in Porta Nuova, accompagnando i fedeli attraverso le trasformazioni culturali e sociali che, negli ultimi due decenni, hanno cambiato il centro, la società e la stessa comunità cristiana. Ora, a 75 anni, è arrivato il momento di concludere il proprio servizio pastorale come parroco. Domenica 27 settembre, nella Messa delle 10, il saluto alla comunità, mentre giovedì 1° ottobre alle 20,30, nella Sala delle Carte (ingresso da viale Papa Giovanni XXIII), la presentazione del libro che raccoglie gli editoriali del notiziario parrocchiale scritti durante il suo ministero alle Grazie.

I grazie di monsignor Ottolini

«Se guardo indietro, il sentimento che prevale è quello del ringraziamento - spiega monsignor Ottolini, originario di Romano di Lombardia -. Al Signore, che ci ha sostenuti ed è stato la mia forza nei momenti belli e in quelli difficili. Alla Madonna delle Grazie che è stata davvero nostra madre e ha protetto quanto abbiamo cercato di costruire insieme. Alle comunità in cui ho vissuto il ministero, che mi hanno insegnato molto più di quanto io sia riuscito a insegnare. Ai confratelli sacerdoti, con cui ho condiviso fraternità e fatiche. Alla mia famiglia e ai numerosi volontari che in questi anni hanno condiviso con me la fatica quotidiana del cammino».

Monsignore, che bilancio trae di questi 19 anni da parroco delle Grazie?

«Anni di impegno totale, non solo perché è diminuito il numero dei sacerdoti, ma perché è stato necessario ripensare le attività e rifunzionalizzare le strutture della parrocchia - il teatro, il Centro culturale, l’oratorio, gli altri locali già sede del convitto Dante Alighieri, l’asilo, le case in montagna, la casa della protezione della giovane ora Central Hostel - in un contesto che con gli anni è cambiato profondamente. Il centro ha acquistato caratteristiche tipiche delle periferie. Questo impegno molteplice non è nato solo da una necessità di tipo gestionale, ma dal proposito di conservare alla parrocchia non solo la sua cura pastorale per i fedeli ma anche la sua dimensione missionaria, sia sul piano personale che su quello sociale. Mi pare che la nostra comunità in questi anni abbia saputo dare un contributo non trascurabile sul piano sociale alla vita del quartiere e anche della città».

Nei suoi oltre 50 anni di sacerdozio come ha visto cambiare la società?

«La mia ordinazione, nel giugno 1975, avvenne in un tempo di grave crisi per l’Italia e per Bergamo. Dovemmo persino spostare la data perché coincideva con le elezioni amministrative in cui il Pci sfiorò il sorpasso della Dc, e in città si consumarono violenze da parte dell’estrema sinistra. Oggi viviamo giorni difficili per una crisi internazionale che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”: cambiano le forme della crisi, ma resta la domanda di fondo sul senso e sulla direzione da dare alla vita».

E le Grazie come sono cambiate?

«Dal 2007 il centro è mutato profondamente: è diminuita la popolazione residente, in particolare le famiglie, mentre è cresciuta la presenza di persone di passaggio, turisti, studenti, persone bisognose. È una “periferia centrale”, per usare la definizione data dall’architetto Stefano Boeri: il tessuto sociale tradizionale si è indebolito, ma proprio per questo la parrocchia è stata chiamata a un ruolo nuovo, di accoglienza e di ricucitura del legame con i quartieri periferici. A questo mutare del contesto si è aggiunto, proprio in questi ultimi tempi, un capitolo nuovo nella storia delle Grazie: nell’ambito del pellegrinaggio pastorale del Vescovo Francesco, è stata annunciata una decisione che segna una svolta storica. Si conclude la serie dei parroci che sono stati esclusivamente prevosti delle Grazie: la nostra comunità, che proprio il 7 dicembre 2025 ha celebrato con il Vescovo i 150 anni della consacrazione della sua chiesa, sarà d’ora in avanti congiunta pastoralmente ad un’altra parrocchia (Sant’Alessandro in Colonna ndr), con un unico parroco chiamato a portare la responsabilità di entrambe. È una scelta che i parrocchiani hanno accolto con lo spirito di chi vuole essere parte attiva, e non semplice destinatario passivo, di un cambiamento che riguarda il futuro di entrambe le comunità coinvolte».

Come è la vita di una comunità cristiana del centro, in un quadrante sempre più di passaggio, dove tutti corrono nella frenesia del quotidiano?

«Abbiamo pur sempre una buona partecipazione, sia alle Messe festive sia a quelle feriali. Diventa qui decisiva quella che il Vescovo Francesco, nella sua Lettera pastorale, ha chiamato “parrocchia di elezione”: molti dei frequentatori non residenti non sono semplici “occasionali”, ma partecipano con regolarità e diventano collaboratori delle attività. Anche l’oratorio risente dell’invecchiamento e dello spopolamento del centro: i ragazzi italiani sono molto diminuiti e oggi l’oratorio, pur non chiudendo le porte a nessuno, è frequentato quasi soltanto dai ragazzi della catechesi, tra i quali non mancano i figli di famiglie straniere. Il gruppo più numeroso di ragazzi stranieri che frequenta l’oratorio al di fuori della catechesi è quello dei ragazzi cinesi, che qui trovano non solo il doposcuola di lingua madre, ma anche un vero e proprio luogo di ritrovo. La scuola dell’infanzia di via Paglia, storicamente legata alla parrocchia, oggi è affidata alla gestione di un ente privato, che vi ha portato un livello di insegnamento molto apprezzato tanto che le iscrizioni sono al completo: è un presidio di vitalità per tutto il quartiere. La parrocchia ha anche contribuito a dare origine e a sostenere le attività della Rete di quartiere del centro: un segno di come le Grazie continuino a intrecciare la propria storia con quella del quartiere che le circonda e non si limitino a viverla per conto proprio».

La chiesa delle Grazie è una delle più iconiche della città: quale ruolo continua ad esercitare?

«Nella Lettera pastorale del 1857 il Vescovo Speranza scriveva quasi profeticamente che lo straniero, arrivando, avrebbe ammirato l’ampio piazzale e il viale, ma “molto di più la chiesa”, riconoscendovi il segno di un popolo religioso e devoto di Maria. In questi 150 anni possiamo davvero dire che Maria ha custodito il suo tempio, pur senza risparmiare ai bergamaschi prove dolorose, basti pensare alla pandemia. Oggi la chiesa delle Grazie, in virtù anche della vicinanza alla stazione e all’aeroporto, è una delle più viste e frequentate da chi arriva in città: continua a essere un riferimento identitario e spirituale, il luogo dove Bergamo si riconosce sotto la protezione di Maria Immacolata».

La comunità delle Grazie è apprezzata anche per il suo slancio culturale.

«Il Centro culturale delle Grazie ha via via allargato il proprio raggio, aprendosi alla collaborazione con altri soggetti e istituzioni, oltre alle scadenze ormai consolidate: sono percorsi nati dalla convinzione che una parrocchia di centro debba mettere a disposizione della città intera il proprio patrimonio di storia, arte e devozione, e non custodirlo solo per sé».

Come si è tradotta, in parrocchia, la sua attenzione verso i giovani?

«Abbiamo un gruppo di adolescenti e giovani che partecipano attivamente alla vita della parrocchia. Abbiamo cercato di costruire un percorso di integrazione con i giovani della comunità cinese, coinvolgiamo nella liturgia i numerosi gruppi di scout che frequentano la nostra chiesa o chiedono ospitalità in oratorio, offriamo non solo aule, ma posti di studio e ritrovo agli studenti dell’Università di Bergamo».

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