(Foto di Colleoni)
LA RICORRENZA. Il Vescovo Beschi ha celebrato alle Grazie la Messa per il patrono della Polizia di Stato. «Nel vostro ambito siete chiamati ad alimentare responsabilità». Il questore: «Ha scelto il bene e ci ispira».
Lettura 2 min.L’Arcangelo San Michele, principe delle milizie di Dio, trafittore di Satana, è il patrono della Polizia di Stato. Martedì mattina se ne è celebrata la memoria liturgica nella Chiesa di Santa Maria Immacolata delle Grazie, in una solenne Eucaristia presieduta dal Vescovo Francesco Beschi.
Che nella sua omelia ha detto: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo. Il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, allo scopo di lasciare a coloro che verranno dopo di noi terra sana e pulita da coltivare. San Michele Arcangelo rappresenta questa scelta. La Polizia di Stato la esercita quotidianamente con il suo servizio».
I concelebranti (ai quali si sono affiancati monsignor Gianfranco Rota Graziosi e il diacono Giuseppe Lo Sardo) erano monsignor Giulio Dellavite, delegato vescovile per la relazioni istituzionali, don Roberto Trussardi direttore della Caritas diocesana, don Dario Acquaroli, don Lorenzo Cottali dalla Diocesi di Brescia. E il Cappellano della Polizia, don Ilario Tiraboschi. Il quale, introducendo il rito, ha detto: «Celebriamo San Michele Arcangelo a pochi giorni dall’ottavo centenario della morte di San Francesco. Ci affidiamo a entrambi i Santi per implorare il dono della pace in un tempo dolorosamente segnato da quella che è stata definita “una terza guerra mondiale a pezzi”. Vogliamo attingere dall’Eucaristia la forza di essere tutti uniti, umili, miti e decisi servitori di pace. Una pace che non sia solo assenza di guerra, ma rispetto della dignità di ogni persona, custodia e tutela dei più deboli, capacità di ascolto e coraggio nel perdono».
Molte le autorità presenti, tra loro il prefetto Luca Rotondi, il questore Vincenzo Nicolì, il procuratore Maurizio Romanelli, il presidente del Tribunale Vito Di Vita, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Bergamo Giulio Marchesi, gli assessori regionali Claudia Maria Terzi e Paolo Franco, l’assessore Claudia Lenzini per il Comune di Bergamo e il sindaco di Treviglio Juri Imeri per la Provincia, la direttrice della Casa circondariale Antonina D’Onofrio, i comandanti provinciali di Carabinieri, colonnello Alessandro Barone, e Finanza, colonnello Filippo Ivan Bixio, il direttore dell’Asst Papa Giovanni XXIII Francesco Locati. Dopo le letture dal Libro del profeta Daniele, dall’Apocalisse e dal Vangelo secondo San Giovanni, il Vescovo Beschi ha svolto la sua omelia concentrandosi sul concetto di sicurezza e sulla preghiera per i Santi patroni.
«Il Santo patrono – è stato il suo esordio – viene invocato perché protegga l’umanità dal male, tradizionalmente rappresentato da fame, peste e guerra. Tre condizioni che rimangono evocative anche nel nostro tempo». Oggi, ha continuato, la protezione «prende anche il nome di sicurezza. Tutti ne chiedono sempre di più, ma non è mai sufficiente. Sorgono due domande. Perché, a fronte di una organizzazione sempre più pervasiva della sicurezza, cresce il senso di insicurezza? E poi: che posto hanno i Santi patroni?». La preghiera per i Santi patroni, è stata la sua riflessione, alimenta la fede, che a sua volta alimenta la fiducia «e la responsabilità comunitaria», tutte ragioni per cui «i riflessi della nostra preghiera hanno a che fare con la vita: la relazione con Dio, alimentata dalla devozione ai Santi e agli angeli, non può essere considerata una forma di alienazione, un sogno, un’illusione rispetto al realismo necessario».
Realismo? Gli interrogativi del Vescovo a questo punto si sono fatti incalzanti: «A volte, rispetto alla forza dei valori e dei sentimenti, viene opposto il “realismo”. Ma qual è la verità delle cose? Quella che si identifica con la potenza, la forza, il dominio, la ricchezza, la tecnica, gli interessi di parte? È questa la verità della vita? La verità delle cose è in forme di comunicazione sempre più polarizzate, aggressive, deformanti, pervasive? È la verità del cinismo, che vanifica ogni speranza di crescita morale a fronte di un’impotenza nella crescita valoriale? Noi non ci rassegniamo all’impotenza. Il Papa stesso ci ricorda: non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà, eppure nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì, non altrove, è chiamato a fare le sue scelte». In chiusura del rito, il questore Nicolì ha raccolto l’invito del Vescovo: «Al di là di leggi e circolari, San Michele Arcangelo è un Santo che ha scelto il bene e ci ispira con il suo messaggio».
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