Minacciavano connazionali dissidenti, perquisiti due iraniani. «Io innocente»
L’INDAGINE. I carabinieri del Ros a Segrate e in centro città da un commerciante 35enne. Secondo le accuse «mettono a rischio libertà politiche e religiose che l’Italia deve tutelare».
Lettura 2 min.«Sono venuti ieri (giovedì, ndr) alle 10.15 e hanno cominciato a perquisire il negozio. Ho subito suonato al mio avvocato che ha lo studio qui davanti. Ma io non ho fatto niente di quello che dicono». Il commerciante 35enne è nel suo negozio in centro città, dove lavora con il padre da 26 anni. «Siamo qui dal 2000, prima eravamo di fronte, poi ci siamo spostati» prosegue l’iraniano, accusato di «associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico» insieme a un connazionale di Segrate, nel Milanese.
«Hanno perquisito anche la mia casa a poche decine di metri dal negozio, ma non hanno trovato niente. Mi hanno portato via il telefono, la sim me l’hanno lasciata». Difeso dall’avvocato Gabriele Rocchi, attende la chiusura delle indagini «sono certo che tutto finirà per il meglio perché non ho fatto niente».
Minaccia aggravata, ma soprattutto associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico. Queste le due ipotesi di reato per le quali il pm del pool antiterrorismo della Procura di Milano Alessandro Gobbis ha iscritto nel registro degli indagati i due iraniani, oggetto di perquisizioni da parte dei Ros dei carabinieri di Milano. Secondo le accuse avrebbero minacciato di morte due donne, loro connazionali, anche loro residenti in Italia. La loro colpa? Aver aver espresso pubblicamente la propria ostilità al regime teocratico della Repubblica Islamica.
Le indagini sono volte ad accertare se ci siano anche altri dissidenti della comunità iraniana in Italia presi di mira dai fedelissimi di ayatollah e pasdaran che in patria, sotto la copertura delle condizioni di guerra, si stanno rendendo protagonisti di un’ondata senza precedenti di esecuzioni politiche. Basti pensare che nelle ultime settimane, almeno 30 prigionieri politici sono stati giustiziati in tutto l’Iran. Ma non è escluso che possano esserci anche altri indagati, membri potenziali di un’organizzazione «finalizzata a reprimere il dissenso attraverso intimidazioni verso i parenti a oggi residenti in Iran, nonché attraverso la commissione di atti di violenza che comunque limitano il diritto costituzionale tutelato e garantito in Italia a tutte le opinioni politiche, anche se contrarie a quelle dominanti nello Stato estero di provenienza».
Sino ad oggi, l’articolo 270 bis del Codice penale era sempre stato un reato contestato a chi preparava atti di terrorismo, propagandava o finanziava attentati all’estero, reclutava o addestrava combattenti nei teatri di guerra del Medio Oriente. In questo caso, invece, il Paese al quale le ipotizzate condotte minatorie possono «arrecare grave danno» è proprio l’Italia sotto il profilo non di eventuali attentati, ma di «plurime azioni violente lesive dell’ordine pubblico, compiute allo specifico scopo di intimidire l’intera comunità iraniana ritenuta dissidente rispetto alla linea politica governativa ufficiale» e potrebbe «ledere la libertà di pensiero e religioso che lo Stato italiano deve garantire a chiunque viva sul territorio». Nel mirino della Procura antiterrorismo anche il centro islamico Imam Ali, in zona Navigli a Milano. I due sono qualificati dagli inquirenti come «favorevoli alla politica repressiva del regime iraniano» e sarebbero «abituali frequentatori del centro islamico», punto di riferimento della comunità di religione sciita in Lombardia, la cui sede risulta essere di proprietà del Consolato della Repubblica dell’Iran a Milano e costituirebbe «una diretta propagazione del regime degli ayatollah».
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