A Treviglio «Il fu Mattia Pascal» in scena con ironia e poesia

A TEATRO. L’attore e regista Giorgio Marchesi martedì 27 febbraio al Tnt di Treviglio: «Identità e maschere virtuali, un messaggio sempre attuale».

«Il fu Mattia Pascal», spettacolo con protagonista Giorgio Marchesi, arricchirà martedì la stagione teatrale del Tnt di Treviglio. L’attore bergamasco firma anche la regia, assieme a Simonetta Solder, di quella che è una versione moderna e vitale dell’opera che Pirandello pubblicò nel 1904. In scena da solo e con le musiche originali eseguite dal vivo da Raffaele Toninelli, sul palco Marchesi giocherà a svelare quanto i temi narrati nel capolavoro letterario originale siano estremamente attuali. L’artista al cinema ha lavorato con registi come Ferzan Ozpetek, Marco Tullio Giordana e Stefano Sollima. Tante le fiction in tv, da «Un medico in famiglia» a «Braccialetti rossi».

Perché vedere oggi a teatro «Il Fu Mattia Pascal»?

«Io credo che i temi trattati dai grandi classici siano sempre attuali. Qui c’è quello dell’identità, particolarmente potente in un’epoca in cui possiamo avere maschere virtuali. Vorrei che i ragazzi, oggi più che mai, divenissero consapevoli che quello che mostriamo o ci mostrano non sempre corrisponde a realtà. Poi, essendo nel post pandemia, trovo attualissimo il rapporto con la rinascita, con l’inventarsi una nuova vita. Questo spettacolo è utile a far conoscere un classico alle nuove generazioni ma soprattutto a riflettere su come, pur in grande difficoltà, una persona non abbia mai tutte le vie chiuse e possa sempre scegliere di crearsi una nuova strada».

Si tratta di un one-man show?

«Sì, ma in realtà ho un musicista straordinario vicino a me che accompagna tutto il percorso sia geografico, che è vario, sia quello emotivo del personaggio. Un’altra presenza sono le luci, molto precise, che ci aiutano a portare in giro il pubblico con l’immaginazione».

Com’è il tono dello spettacolo?

«Molto ironico, perché in verità lo era già il testo; io non ho cambiato una parola, semplicemente ho fatto dei tagli ed ho asciugato la complessità della composizione pirandelliana. Il personaggio non è uno che si piange addosso e nella versione teatrale abbiamo scelto di mostrarne l’energia, facendolo muovere lungo tutto il palcoscenico, ballare, cantare ed essere in costante mutamento».

Quindi ironia, profondità ma c’è anche posto per la poesia.

«C’è in più momenti, ma quello che preferisco è il discorso sulle anime che hanno una vita propria e un modo di entrare in dialogo tra loro di cui non sempre siamo consapevoli».

Lei ha scelto un lavoro che consente di vivere mille vite, ma se davvero potesse reinventarsi nel mondo reale, non essere più riconosciuto e ripartire da zero, chi vorrebbe essere o diventare?

«Faccio fatica a rispondere, ma forse un viaggiatore lento, nel senso che mi piacerebbe spostarmi per lavoro magari su una nave. O forse, ancora di più, dover attraversare le montagne. In effetti ho scelto la professione d’attore perché mi preoccupava pensarmi sempre nello stesso posto a fare la stessa vita».

E come è stato ieri festeggiare un compleanno significativo come quello dei cinquanta?

«Mi veniva da ridere, perché alla fine sono contento; poi uno vorrebbe sempre fare di più ma non sono uno da bilanci. Secondo me ogni tanto bisogna buttare via le cose vecchie e aprirsi al nuovo; comunque siamo tutti figli di esperienze positive e negative. Sicuramente in tutto questo la famiglia resta il perno».

Progetti futuri, sia a livello personale che professionale?

«Mi piacerebbe trovare del tempo da trascorrere con gli affetti. Anche fare dei viaggi, perché mi rendono felice e trovo siano un modo intelligente di spendere soldi. A livello professionale, l’ultima data dello spettacolo sarà il 29 a Milano e poi prenderò parte a una serie Mediaset, “Le onde del passato”, con Anna Valle e per la regia di Giulio Manfredonia. Infine, riprenderò uno spettacolo teatrale dell’estate scorsa, con cui sarò in giro penso da ottobre, “Three Kings”, su un rapporto molto complesso tra un padre e un figlio».

Lei è a Roma da oltre vent’anni. Nel suo ambiente si distingue per garbo, riserbo e zelo. Pensa c’entri il fatto di essere bergamasco?

«Io mi sento sempre in trasferta quando non sono a Bergamo, anche dopo così tanto tempo. Penso che essere bergamasco in effetti emerga nella serietà di alcuni comportamenti e in un certo tipo di amore per la privacy. Sono caratteristiche naturali».

Sono tanti gli attori affermati provenienti da questo territorio.

«Sì, forse perché per Dna manteniamo i piedi per terra, non ci sentiamo mai arrivati. Venendo da fuori, dalla provincia, le cose te le devi guadagnare; non sei dell’ambiente, quindi hai lo svantaggio di non conoscere nessuno ma poi mostri una affidabilità sul lavoro che paga. Inoltre abbiamo un’ironia nordica, talvolta sottovalutata, che ci fa davvero ben volere».

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