Miti e musica, Fabio Treves suona con il sassofonista dei Blues Brothers

CONCERTO. Al «Druso» di Ranica il «Puma di Lambrate» festeggia 50 anni sul palco con un dialogo tra la sua armonica e il sax di Lou Marini. «È un incontro di umanità: tante storie, una sola magia».

Per festeggiare i suoi primi 50 anni di blues il «Puma di Lambrate», ha scelto di partire in tour con la Treves Blues Band, ospite Lou Marini, lo storico sassofonista dei Blues Brothers. Primo concerto al «Druso» di Ranica il 22 febbraio (inizio ore 21.30; biglietti disponibili). Fabio Treves è il grande vecchio del blues made in Italy. Quando ha iniziato a suonare la sua armonica nessuno dava per scontato che sarebbe andato lontano è invece eccolo qui a riprendere la via dei concerti con un sogno in tasca. «Nel blues possono capitare incontri incredibili – dice –. Il fatto di essere sul palco con uno che suonando il sax faceva ballettare Aretha Franklin nel film di John Landis, mi emoziona non poco. È la dimostrazione che nella musica, e soprattutto nel blues, non ci sono incontri impossibili».

Ne ha fatti tanti in questi anni, ha incontrato anche Frank Zappa.

«Nelle rassegne di blues mi è capitato di suonare e parlare con tante leggende e rimanere a bocca aperta ad ascoltare B.B. King, Muddy Waters, James Cotton, Buddy Guy. Il blues è incontro di umanità. Tante storie, una sola magia».

Cosa ha rappresentato il film «The Blues Brothers» per la musica blues nel mondo?

«Ha spianato la strada a molti giovani musicisti e a milioni di ascoltatori. Ha ribadito il concetto che il blues è pieno di valori, in primis la solidarietà. I Blues Brothers andavano in giro per raccogliere i soldi per l’orfanotrofio. Anche la Treves Blues Band ha fatto tanti concerti per nobili cause, per l’ambiente, i giovani, gli anziani. Anche da questo punto di vista il bilancio è appagante. Sono felice di quello che ho fatto».

Che cosa rende così vitale il blues nel tempo?

«È una musica suonata. La gente capisce che sul palco ci sono dei musicisti che suonano, sudano, provano a trasmettere la loro idea di musica, le loro emozioni. Il pubblico riceve qualcosa di autentico, non di finto, plastificato. La quinta essenza del blues è suonare. Non c’è altro che suono vivo, vitale. Nel blues non c’entrano le case discografiche, i talent, non c’entra la televisione. C’è solo quello che vuoi dire, comunicare. Se ci credi sei ricompensato».

Il blues si porta appresso una valigia di stati d’animo, è per questo che non tramonta mai?

«Il blues non è una musica storicizzata, legata a un periodo, rappresenta momenti della vita che appartengono a tutti. Chi non ha avuto periodi di malinconia, abbandono, felicità anche. Il blues non ha bisogno di tante parole, è un linguaggio dell’anima; è il sottofondo della vita di tutti i giorni. Che tu sia in Alabama, in provincia di Bergamo o in Sud Africa poco importa, il blues ti parla alla stessa maniera. Certi soli di B. B. King ti entrano dentro. Quando vado nelle scuole a parlare di questa musica e faccio ascoltare i grandi bluesmen, rimangono tutti colpiti. Non li vedono in televisione, ma rimangono ugualmente affascinati. Del resto il blues non è mai stato di moda, forse è la sua forza».

Arriva a Bergamo a poche settimane dal prossimo festival del jazz e ci viene in mente che la Treves Blues Band suonò in seno a «Bergamo Jazz», alla fine degli anni Settanta.

«Ricordo che in quel periodo il blues era poco frequentato in Italia e io venivo chiamato ai festival del jazz. Il blues è il primo vagito del jazz. Ricordo il festival di Lovere, nel 1976, quello di Bergamo nel 1978, al Palazzetto dello Sport. Grazie a incursioni del genere mi sono fatto conoscere. Il blues è la musica fonte da cui son partiti tanti altri generi: il jazz, il be-bop, il rhythm and blues, il rock, il funky. Come dice Muddy Waters: “Il blues ha avuto un figlio, l’ha chiamato rock’n’roll”».

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