«Racconto in musica Pasolini, il più jazz degli intellettuali del Novecento»

LA NOVITÀ. Il cantautore Fabio Consoli e il fisarmonicista Fausto Beccalossi l’11 gennaio al Druso di Ranica presentano l’album «Il coraggio». Parole scelte, musicate a dovere, con l’idea di restituire l’essenza pasoliniana.

Ranica

Un cantautore, Fabrizio Consoli, un jazzista, Fausto Beccalossi, l’anima di Pierpaolo Pasolini, «il più “jazz” degli intellettuali del Novecento». Mettete tutto insieme e il risultato è un disco carico e intrigante: «Il coraggio – Canzoni e ballate tratte dalla poetica di Pasolini». I due musicisti lo presentano dal vivo domenica 11 gennaio al Druso di Ranica (inizio ore 18; ingresso 15 euro). Titolo un po’ didascalico per un progetto che è una sfida non da poco: tradurre in componimenti liberi il pensiero dello scrittore, poeta, regista, pittore, giornalista, uno degli intellettuali più illuminati e poliedrici del secolo scorso. Consoli e il fisarmonicista Beccalossi hanno trovato la sintonia giusta dopo un’attenta ricerca, attraversando in lungo e largo l’opera di Pasolini. Parole scelte, musicate a dovere dal cantautore, con l’idea di restituire l’essenza pasoliniana, la visione, la poesia.

Amore e incoscienza

«Ho affrontato questo progetto con grande amore e altrettanta incoscienza - spiega Consoli. - Pasolini l’ho sempre amato, ho letto quasi tutto di lui, tanto che nel tempo la mia conoscenza si è diluita al punto da non farmi riflettere sull’avventura in cui mi stavo imbarcando. Il progetto in sé mi è stato suggerito dal direttore del Roma Jazz Festival in occasione del centenario della nascita di Pasolini, nel 2022. Ci ho messo un po’ a pensarci, non essendo un jazzista, ma ho lavorato spesso con musicisti di quell’area, e così mi sono deciso. Per fare il disco volevo sentire gli eredi e avere un loro assenso».

E che hanno detto della definizione «il più “jazz” degli intellettuali del Novecento»?

«È un modo divertente per descriverlo e ritengo anche calzante. Tanto più che presentavo il progetto ad un festival jazz. Quello che non si dice mai abbastanza è che Pasolini è stato uno dei pochi veri geni del Novecento italiano, per la sua poliedricità, per la sua capacità di essere testimone e protagonista delle arti di quel secolo. Dico sempre che lui rappresenta il Novecento come Michelangelo il Rinascimento, Bach e Mozart il Seicento e il Settecento. Ha fatto tutto quello che si poteva fare, ad esempio ho scoperto che è stato anche un eccellente pittore. Pasolini mentre leggeva un cantico di Dante era in grado di tradurlo in greco. È stato filologo, regista, sceneggiatore, scrittore. Nell’ambito delle arti del “secolo breve” non ce n’è una in cui non si sia distinto da protagonista».

Come ha lavorato alle canzoni de «Il coraggio….»? Dove ha colto le parole?

«Quando ho accettato la sfida mi sono rimesso a leggere tutta la sua poetica. Mi sono preso i due volumi dei Meridiani e altri libri che ho collezionato negli anni. Ho riletto tutto e ho fatto un’operazione di cesello, un po’ alla Giacometti. Quel grande scultore creava figure che somigliavano agli esseri umani, poi andava a sottrarre materia. Il lavoro che ho fatto è questo con la speranza di riuscire in qualche maniera a ridurre una visione così sterminata nel piccolo mondo di un disco di nove canzoni. Ho cercato di raccontare il suo percorso, attraverso le tematiche a lui care: Roma, i diseredati, il futuro, il rapporto con la madre, la visione del mondo in cui oggi viviamo. Era anche un preveggente. C’è una canzone scritta nel 1964 che titola “Profezia”, da “Alì dagli occhi azzurri”, in cui Pasolini immagina l’arrivo in massa di immigrati dall’Africa, quello che abbiamo tutti sotto gli occhi e abbiamo vissuto in questi ultimi anni».

Si è interessato anche alla sacralità; il tema viene affrontato nel disco? Lei ha anche realizzato un lavoro sui Comandamenti ispirandosi al «Decalogo» di Kieslowski.

«Sì, nell’album ”10” faccio una rilettura laica di quel film. Quanto a Pasolini, il tema del sacro è molto presente. Ci sono pezzi come “Senza occhi per il cielo”, in apertura d’album, o “Ballata delle madri”, che ne sono testimonianza. Anche nella poesia “Preghiera su commissione” c’è un approccio interessante al sacro, al bene. Contiene una delle sue frasi più iconiche. De Gregori l’ha usata in uno dei suoi pezzi: “Facci vivere come uccelli del cielo e i gigli nei campi”».

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