«Fine vita», le Regioni rischiano di fare peggio
ITALIA. Un uomo di 59 anni affetto da sclerosi multipla è l’ultimo caso di suicidio assistito.
Lettura 2 min.La novità è che il Servizio sanitario lombardo ha organizzato l’intera fase della procedura che porta alla morte volontaria del paziente, compreso il luogo dove compiere la pratica. In precedenza aveva solo verificato la presenza dei quattro requisiti stabiliti dalla Corte Costituzionale nel 2019, senza offrire supporto attuativo. Quanto accaduto ci dà due indicazioni. La prima è che in assenza di una legge nazionale le Regioni elaborano delle proprie linee guida con pratiche differenti, ma soprattutto senza un insieme di principi condivisi. La seconda è che il Servizio sanitario regionale ha deciso che il suicidio medicalmente assistito fosse attuato in una propria struttura, mentre la Corte aveva lasciato il legislatore libero di decidere in quali luoghi effettuare tale pratica. Fatto grave, che mette in discussione la finalità terapeutica e di cura del nostro Servizio sanitario, che non prevede di porre fine anzitempo all’assistenza dei suoi pazienti.
Premesso che fare delle norme sulla fase finale della vita di una persona (e su cosa una persona possa chiedere ai medici) non è per nulla semplice, finora le leggi di altri Paesi europei hanno fatto prevalere la libertà soggettiva (anche del minore) di accedere a pratiche eutanasiche. In Italia è stato chiesto di bilanciare il diritto all’autodeterminazione con il dovere di tutelare ogni vita umana, qualunque sia la sua condizione. Per questo una legge dovrebbe porre dei limiti stringenti, per esempio stabilendo quali siano i «trattamenti di sostegno vitale» e limitando alla terminalità e all’esito infausto della malattia, ma deve creare anche una «cintura di garanzia» affinché le persone che maturano la decisione di rinunciare alla vita, non siano condizionate da altri. Altresì va ascoltata anche la voce di persone gravemente malate che vogliono una protezione adeguata della propria vulnerabilità, e soprattutto aver accesso a cure e servizi di assistenza, anche domiciliari, fino alla morte. Le patologie chiamano alla responsabilità di salvare la vita, non di eliminarla.
Quindi la questione è: si può fare una legge che non apra all’eutanasia? In Belgio e Olanda dalla depenalizzazione dei medici si è passati al suicidio su richiesta. Il pericolo quindi esiste, tuttavia lo strumento giuridico rimane il più appropriato per evitarlo. D’altra parte lasciare le cose come stanno non esclude che le Regioni favoriscano prassi suicidarie o che la stessa Corte emani nuove sentenze seguendo «il sentire» dell’opinione pubblica.
C’è poi da dire che leggi come quella sulle Cure palliative del 2010 o quella sulle Disposizioni anticipate di trattamento del 2017, che avrebbero dovuto svolgere un importante ruolo di prevenzione davanti alle richieste di eutanasia, non sono state adeguatamente realizzate; per giunta vengono pure aggredite da proposte di legge che chiedono di introdurre la distribuzione di kit e farmaco per autosomministrarsi la morte, ovviamente a carico delle Ats o delle Asl.
L’unica via possibile per uscire da contrapposizioni ideologiche e politiche, che paralizzano e deteriorano il dibattito, è aprire al contributo di soggetti competenti in ambito medico, assistenziale e accademico, come la Società italiana di Cure palliative, i comitati di bioetica, le associazioni di ammalati, le università, enti che in questi anni hanno elaborato pensiero, criteri e buone prassi. Dante Alighieri ha scritto che «la legge è la giusta relazione fra le persone» e la giustizia è la prima responsabilità di chi ci governa.
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