Il pallone senza tifosi sugli spalti non è calcio
ITALIA. Lo stop improvviso per le amichevoli di Rotterdam e Gelsenkirchen è un pessimo segnale che va ben oltre i potenziali problemi di ordine pubblico.
Lettura 2 min.Si comincia persino peggio di come era finita, con un divieto preventivo di trasferta per i tifosi dell’Atalanta, questa volta per due amichevoli: a Rotterdam con il Feyenoord e a Gelsenkirchen con lo Schalke 04. In entrambi i casi è arrivato dalle autorità lo stop alla vendita di tagliandi ai tifosi ospiti, con tanti cari saluti a chi (non pochi...) aveva già comprato i biglietti aerei per raggiungere Olanda e Germania e assistere al debutto stagionale europeo dei nerazzurri di Sarri in attesa di quello vero in Conference nella terza decade di agosto. Dove, si vedrà. Vero che la tifoseria di Rotterdam non è la più tranquilla del pianeta (per informazioni citofonare a Roma) come confermato dai numerosi divieti di questi ultimi anni, e che con lo Schalke probabilmente a fare la differenza ha contribuito il gemellaggio degli atalantini con l’Eintracht e qualche (fugace) tensione nei boschi intorno allo stadio nel post partita di Champions del 2024 contro lo Shakhtar che si giocò nella (non ridente, anzi...) città tedesca.
Un calcio senza tifosi
Tutto possibile, per carità, ma di questo passo il rischio è un calcio senza la sua componente più autentica, i tifosi. Anzi, a giudicare dalle restrizioni che la tifoseria nerazzurra ha già dovuto subire nello scorso campionato è quasi una certezza. Anche chi ha sottoscritto la tessera del tifoso in molti (troppi...) casi è rimasto in sospeso fino all’ultimo prima di sapere se avrebbe potuto andarsene in trasferta, con conseguente aggravio di tempi e costi.
Al netto dei problemi di ordine pubblico e della scelta di fare o meno la tessera (tema su cui da tempo si discute nella tifoseria nerazzurra più calda che finora si è coerentemente mantenuta contro) è indubbio che il futuro del calcio italiano passi anche dal recupero di un rapporto con la sua tifoseria a più livelli, cominciando da una parola chiave: rispetto.
La campagna abbonamenti
La recente campagna abbonamenti dell’Atalanta va anche in questa direzione: mantenere sostanzialmente invariati i prezzi conferma la volontà di un rapporto forte con i tifosi. Certo, in questi anni inevitabilmente alcune parti (minime) dello stadio sono finite in un circuito «corporate» decisamente redditizio dove a prevalere è più il business che il senso d’appartenenza (gli skybox con tartine e flûte non sono quel che si dice una prima linea ultrà...), ma è anche grazie ad operazioni così che si è riusciti a far quadrare i conti e mantenere accessibili i prezzi per la stragrande maggioranza dell’impianto, tra i pochi (pochissimi) moderni e completamente rinnovati nel Belpaese.
La verità è che nel calcio moderno l’elemento più debole ora è proprio il tifoso, diventato un po’ cliente da merchandising ma al contempo titolare di ben pochi diritti, spesso nemmeno quelli connaturati all’acquisto di un titolo d’ingresso. Prova ne è stato lo stucchevole balletto della Lega Serie A su date e orari nella scorsa stagione che talvolta ha reso impossibile assistere anche a una semplice partita casalinga, per giunta pagata in anticipo. Per tacere della querelle trasferte
Un pessimo segnale
Anche per questo lo stop improvviso per le amichevoli di Rotterdam e Gelsenkirchen è un pessimo segnale che va ben oltre i potenziali problemi di ordine pubblico. Al di là del poco rispetto per chi ci mette (e in questo caso perde...) del suo economicamente, conferma una visione del calcio moderno che fa del tifoso un oggetto sostituibile alla bisogna (anche da qualche posto vip o pacchetti all inclusive) e non tiene minimamente conto dell’appartenenza, della passione. Il tifo è per sua natura irrazionale, vive di emozioni e nel caso di realtà come Bergamo anche di valori tramandati da padre in figlio nel preciso momento in cui una mano più grande della nostra ci ha presi e portati «all’Atalanta» perpetuando così una storia di decenni. Tra alti e bassi, nel bene e nel male, mai senza la propria gente. Sennò il calcio non esiste più, diventa un’altra cosa. O forse niente.
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