Il tempo non è mai infinito
GRANDI OPERE. Mettiamola così, la sola certezza che emerge dal vertice romano sui cantieri di Rfi è che non ci sono certezze. Quantomeno sui tempi di completamento delle opere sul tavolo, il raddoppio Bergamo-Ponte San Pietro (che come arcinoto finisce tra Curno e Mozzo) e l’attesissimo collegamento ferroviario per l’aeroporto di Orio al Serio. Che, detto per inciso, ha un’importanza per la mobilità bergamasca che va ben al di là delle semplici vicende dello scalo.
Lettura 1 min.Di buono c’è, questo sì, l’accelerazione che l’impresa ha dato ai lavori e i 200 uomini ora sul cantiere. Peccato che arrivino solo dopo una discutibile serie di ritardi e anche come reazione alla minaccia di Rfi di revocare l’appalto, come conferma il fatto che le carte relative sono in mano al Cct, il Collegio consultivo tecnico il cui parere è atteso per... Non si sa, forse dicembre, forse no, e anche questo è un ulteriore elemento d’incertezza in questa complicata vicenda dove però un altro dato positivo lo vogliamo trovare: la ritrovata unità del territorio e della politica su questa vicenda.
Certo, sarebbe stato carino che al confronto a Roma ci fosse stato magari il ministro competente, Matteo Salvini, che normalmente sulle vicende del Nord batte la grancassa, ma di questi tempi ci sono temi decisamente più redditizi in termini di consenso. Ma tant’è, c’erano comunque i vertici di Rfi, amministratore delegato in testa, e anche questa è un’assunzione di responsabilità non solo tecnica ma politica vista la natura delle loro nomine.Il filosofo danese Søren Kierkegaard diceva che «la vita può essere compresa solo all’indietro ma va vissuta in avanti»: non è noto se s’intendesse di treni ma lasciamoci comunque alle spalle tutte le recriminazioni del caso, i ritardi e gli annunci, e concentriamoci con ferma fiducia sulle scadenze future. Che però non ci sono ancora, ed è questo che preoccupa davvero in questa e altre vicende: l’incredibile, generale, e ormai atavica sottovalutazione del fattore tempo. Prendiamo per esempio la vicenda del ponte San Michele (quello sull’Adda) che, secondo quanto annunciato, è destinato a chiudere dieci anni dopo la sua riapertura, avvenuta a fine 2020, sei anni fa: ce ne sono quindi solo quattro davanti, praticamente stiamo parlando di dopodomani, roba da campane a martello. Ma la questione non viene assolutamente affrontata per quello che è, un’emergenza. C’è una gara in corso, per carità, ci sono in lizza anche archistar di grido, ma è assolutamente impossibile che il nuovo ponte sia pronto per il 2030. E che dire del «salto di montone», nome dal dubbio appeal ma intervento atteso da un quarto di secolo, per tacere del raddoppio da Bergamo a Montello del quale non si sa più nulla sul versante fondi e tempi? C’è da chiederci cosa stiamo aspettando: «Che sia troppo tardi, madame» rispondeva Alessandro Baricco in «Oceano mare», solo che non possiamo più permettercelo. Questo territorio ha fame (e bisogno) di infrastrutture che siano fatte nei tempi corretti e soprattutto bene, e i ritardi continui hanno sempre e solo un risultato: quello di far nascere le opere già vecchie. Perché il tempo fa effetto sulle persone ma anche sulle cose e soprattutto non è una risorsa infinita. E la pazienza delle persone nemmeno.
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